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Al
Summit del Cairo 1964
Ci incontriamo nuovamente al Summit
dell'Africa. Una volta ancora, i dirigenti dell'Africa sono
convenuti per prendere in considerazione, in maniera unitaria,
i risultati passati, i problemi presenti e gli obiettivi futuri
del loro continente materno. Oggi, gli occhi del mondo sono
puntati nuovamente ad un onorabile raduno di statisti e dirigenti
africani.
Soltanto quattordici mesi fa, ad Addis Abeba, si teneva la
prima Conferenza dei Capi di Stato e di governo africani.
Quest'oggi l'Assemblea dei Capi di Stato e di governo, creata
dallo Statuto dell'Unità Africana che firmammo ad Addis
Abeba, si incontra al Cairo, l'antica capitale dell'antico
Egitto, civiltà radicata nei tempi remoti; è
nostro privilegio manifestare dunque al Nostro ospite, il
Presidente Gamal Abdel Nasser, i calorosi auguri del governo
e del popolo etiopico ed esprimergli i nostri ringraziamenti
per la cortese e generosa ospitalità accordata a noi
tutti in questo illustre Paese. L'Etiopia e gli altri Paesi
dell'Est Africa sono collegati alla Repubblica Araba Unita
non soltanto dalla storia, ma anche dalla acque portatrici
di vita del Nilo Azzurro, che si originano in Etiopia e nel
Lago Vittoria, inondando annualmente il grande Delta del Nilo.
Oggi porgiamo inoltre i nostri auguri ai nostri fratelli Africani
delle nazioni che si uniscono a noi in questa sede per la
prima volta - il Kenya ed il Malawi- Stati che hanno finalmente
preso ad occupare il proprio legittimo posto nelle assemblee
degli Africani liberi; alle loro eroiche guide, H. E. il Primo
Ministro Jomo Kenyatta e H. E. il Primo Ministro Hastings
Banda. Gioiamo della loro presenza in questa sala e vediamo
nel loro approdo tra le nostre fila un presagio di speranza
e confidenza per il futuro di coloro che rimangono ancora
non rappresentati in mezzo a noi.
Il programma che ci attende è lungo. Ciascuno dei suoi
punti merita la nostra attenzione più premurosa ed
accurata. Preghiamo che le nostre deliberazione siano caratterizzate
dal medesimo spirito di unità, dalla medesima ispirazione,
dallo stesso coraggio e determinazione che contraddistinsero
i nostri incontri in Addis Abeba. Se lo vorremo, ciò
potrà realizzarsi.
I conseguimenti dei mesi a partire
dal maggio del 1963 costituiscono, egualmente, un augurio
propiziatorio per la lunga strada che ancora rimane da percorrere
verso il nostro affermato obiettivo dell'Unità Africana.
L'Organizzazione dell'Unità Africana è oggi
un risultato solido e tangibile. Lo Statuto stesso è
stato ratificato da trentatré Stati Africani, ed è
stato Nostro cospicuo privilegio depositarlo personalmente
presso l'Organizzazione delle Nazioni Unite nell'ottobre dello
scorso anno. Il Consiglio dei Ministri dell'OUA si è
radunato non una volta sola, ma numerose, durante l'ultimo
anno per ricercare la soluzione ai problemi africani immediati
ed urgenti. Una cornice di studio è stata fornita al
fine di una più intima collaborazione tra le politiche
ed i programmi nazionali in una varietà di campi -
difesa, cooperazione economica e sociale, assistenza allo
sviluppo - questi e molt altri hanno ricevuto un impeto aggiuntivo
dal lavoro compiuto dal Segretariato Provvisorio e dalle decisioni
prese in occasione degli incontri di svariate Commissioni
create dallo Statuto dell'Organizzazione dell'Unità
Africana.
Ma probabilmente, ancor più importante dei singoli
eventi di questi mesi si è dimostrata l'ormai certa
vitalità dello spirito dell'Africa, una vitalità
che ha permeato ogni aspetto delle relazioni inter-africane
ed ha prodotto, nel breve arco di tempo di quattordici mesi,
un cambiamento basilare e fondamentale sulla scena continentale.
Durante l'anno trascorso, abbiamo reso visite di Stato a quasi
una dozzina di nazioni africane; nei punti di vista scambiati
con gli altri dirigenti africani, ci siamo imbattuti in un
senso di risolutezza, dedizione e prospettiva che -Ne siamo
persuasi- ha tratto le proprie origini dall'accettazione comune
dell'ideale dell'Unità Africana, nella comune risposta
alla sfida irripetibile che l'Africa moderna presenta a ciascuno
di noi, nella crociata comune nella quale siamo tutti arruolati.
È stato in questo spirito che l'Algeria ed il Marocco
hanno messo da parte le armi ed hanno accettato di negoziare
la risoluzione della propria disputa di frontiera. Era questo
lo spirito che motivava l'Etiopia nel fare appello senza pausa
o esitazione all'Organizzazione dell'Unità Africana,
quando durante lo scorso febbraio esplose la violenza sulla
frontiera comune con la confinante Repubblica di Somalia.
Era stato in questo spirito che Tanganyka aveva già
fatto appello all'OUA, durante l'anno, nel suo momento di
bisogno. È in questo spirito che le nazioni africane
hanno risposto alle richieste di aiuto da parte dei loro fratelli.
Sarà questo spirito che ci condurrà sino alla
finale, conclusiva e gloriosa vittoria nella lotta per superare
gli ostacoli che rimangono ancora davanti a noi nell'edificazione
di un'Africa unita.
È in questo che risiede - Noi crediamo - il vero trionfo
dell'Africa odierna. Lo sviluppo economico potrebbe indugiare:
si potrebbero incontrare difficoltà nell'elaborare
unanimemente programmi e politiche accettabili: dissensi temporanee
potrebbero interferire con le relazioni armoniche tra i singoli
Stati. Ma sino a quando lo spirito dell'Africa prevarrà
e rimarrà desto dentro di noi, sino a quando continueremo
a pensare e lavorare ed agire all'interno del contesto africano
che abbiamo creato, imbevuto dell'atmosfera africana che ci
attornia e pervade. Siamo confidenti che gli obiettivi cui
aspiriamo saranno conseguiti.
Abbiamo creato questo spirito; è nostro figlio. Per
elevarlo al suo supremo potenziale dobbiamo, innanzittutto,
definire con precisione e chiarezza i programmi che ci consentiranno
di avanzare lungo il percorso che abbiamo scelto, evitando
al tempo stesso quei rischi che potrebbero frustrare quanto
è stato laboriosamente ottenuto. Ed affinché
tali programmi siano coerenti e comprensibili, devono essere
fondati su principi e politiche diligentemente articolati
che noi, in quanto nazioni africane, dobbiamo applicare, non
soltanto nel pianificare il futuro dell'Organizzazione dell'Unità
Africana, ma nel dirigere le nostre attività da Stati
africani indipendenti.
Cosa ricerchiamo per l'Africa? Aspiriamo a consolidare e garantire
la nostra preziosa libertà di nazioni indipendenti.
Aspiriamo alla libertà per i nostri fratelli ancora
sottoposti (al dominio coloniale). Aspiriamo alla crescita
ed allo sviluppo economico dell'Africa, al miglioramento dello
stile di vita degli Africani e di tutti gli uomini. Aspiriamo
alla più intima collaborazione con coloro -asiatici,
europei, nord e sudamericani- che condividono i nostri desideri
e desiderano cooperare con noi. Aspiriamo a quell'autosufficienza
che ci consentirà di giocare il nostro ruolo legittimo
negli affari internazionali e di vivere in piena armonia con
tutti gli uomini. Aspiriamo a fare in modo che alle nostre
voci sia dato ascolto e siano presi in considerazione i nostri
punti di vista riguardo ai principali problemi che il mondo
odierno fronteggia.
La nostra aspirazione, al di sopra di tutto, è assicurare
all'Africa ed a ciascuno Stato africano la più piena
e completa misura di libertà: libertà da tutti
i postumi del colonialismo; libertà dal neo-colonialismo,
qualsiasi forma possa esso assumere; libertà dalle
minacce politiche e militari; libertà dall'aggressione;
libertà dall'altrui interferenza nei nostri affari
interni; libertà dalla dominazione economica; libertà
dal pericolo della distruzione nucleare.
Questo è facile a dirsi; quanto infinitamente più
difficile è a realizzarsi?
Siamo convinti che sia nella nostra ricerca dell'unità
africana che dobbiamo rinvenire le soluzioni ai problemi vessanti
che ci fronteggiano. Ci siamo fatti carico della liberazione
dei restanti territori del continente africano dipendenti
(dai poteri coloniali), quali l'Angola, il Mozambico e la
Rhodesia meridionale, e dell'eliminazione dell'apartheid.
Questa battaglia deve e dovrà essere vinta; ma se la
nostra vittoria dovrà essere reale e non effimera,
siamo noi Africani a doverla ottenere. Possiamo accettare
l'assistenza da coloro che ricercano i medesimi fini soltanto
se le altre preziose libertà, che noi desideriamo egualmente,
non ne risultino pregiudicate.
Nella nostra lotta per eliminare
dal continente africano la spiacevole piaga dell'Apartheid,
talmente ripugnante e detestabile per noi Africani, si sono
purtroppo osservati progressi ancora troppo esigui. Molto
è stato detto e scritto a condanna di questa forma
di mortificazione, estremamente ignobile e disumana, da parte
dell'uomo nei confronti dei suoi fratelli. Ciascuno di noi
qui presenti ha apertamente ed inequivocabilmente condannato
questo male. Ma quali esiti hanno conseguito queste parole?
A quali risultati hanno condotto le nostre condanne? Qual
è stato l'impatto dei nostri attacchi e delle nostre
critiche?
Se vogliamo essere sinceri con noi stessi, dobbiamo ammettere
che rimane ancora un lungo percorso da compiere per eliminare
la discriminazione razziale dal nostro continente. Dobbiamo,
anzitutto, tenere in considerazione i nostri stessi sforzi.
Abbiamo dichiarato che tutti i legami economici con il Sudafrica
devono essere interrotti. L'abbiamo fatto? Abbiamo dichiarato
che le relazioni diplomatiche con il Portogallo devono essere
troncate. Ma i delegati Portoghesi non "onorano"
ancora con la propria presenza le capitali africane? In entrambi
questi campi, abbiamo forse agito nell'unità?
Poiché si tratta di una questione fondamentalmente
umana, possiamo rincuorarci del fatto che al nostro fianco
nella nostra lotta contro l'apartheid sia schierata la gran
maggioranza della razza umana. Ma per giustificare il loro
appoggio dobbiamo noi stessi, con scrupolo e militanza, rafforzare
i provvedimenti che abbiamo concordato. Ciò che ritarderà
il successo in questa battaglia, non saranno la forza o il
potere o la determinazione di coloro che ci si oppongono,
ma soltanto la debolezza della nostra unità.
A dire il vero, tale compito non
è affatto facile. Sono richiesti sacrifici immediati.
I legami dell'Etiopia con il Portogallo risalgono al XVI secolo
e le nostre relazioni con tale nazione sono sempre state amichevoli.
Non è stato facile richiedere il richiamo (nella sua
patria) dell'Ambasciatore portoghese accreditato presso la
nostra Corte, ma lo abbiamo fatto. Se non avessimo agito in
tale maniera, non potremmo essere oggi presenti al vostro
cospetto e dichiarare che l'Etiopia ha fatto ciò che
ci hanno richiesto la morale, la coscienza ed il sangue dei
nostri fratelli in Sudafrica, in Angola, in Mozambico. Allo
stesso modo, l'Etiopia ha riconosciuto il Governo Provvisorio
in esilio istituito sotto la dirigenza del sig. Holden Roberto.
Potrebbe anche essere che neppure il peso unito delle libere
nazioni d'Africa sia sufficiente a riportare alla ragione
i governi del Sudafrica e del Portogallo. L'assistenza è
necessaria - e sarà ben accetta, qualora giunga senza
richiedere condizioni.
Dobbiamo esercitare la pressione coordinata dell'influenza
Africana per gravare su quelle nazioni del mondo per le quali
la nostra amicizia e la nostra buona disposizione siano significativi,
che dichiarano di aderire ai medesimi principi -che anche
noi sosteniamo- di libertà ed indipendenza per tutti
gli uomini, che affermano il loro appoggio alla nostra lotta
contro l'oppressione. Dobbiamo schierare più efficacemente
le nostre forze individuali e collettive per utilizzare la
nostra influenza, per sfruttare la nostra posizione nei vari
organi internazionali, per accattivarci il loro supporto nella
lotta dell'Africa per la libertà e lo sviluppo. Combinando
i nostri sforzi con quelli altrui, la libertà per i
nostri fratelli ancora soggiogati potrà giungere prima.
Con il loro (degli organismi) aiuto, potremo presto allontanare
la piaga della discriminazione razziale dall'Africa.
Non vi sia alcuna confusione al riguardo: l'oppressione continuata
degli Africani su questo continente ed il soggiogamento continuato
dei nostri fratelli sudafricani per ragioni razziali costituiscono
gravi pericoli, che minacciano le stesse fondamenta dell'unità
cui aspiriamo. Non possiamo prender riposo sino a quando sopravvivano
questi mali gemelli.
Questi non sono gli unici pericoli che ci minacciano. Le dispute
tra gli Stati africani costituiscono essi stessi potenzialmente
seri ostacoli lungo il nostro percorso. Le principali tra
le cause di tali dispute sono del genere di quelle che, durante
gli anni passati, hanno esacerbato le relazioni tra Marocco
ed Algeria, come anche tra Etiopia e Kenya e Somalia.
Ad Addis Abeba, si è discusso
abbastanza da dimostrare, senza dubbio alcuno, che gli Africani
sono virtualmente unanimi nel loro accordo circa il fatto
che la pace permanente possa regnare nel nostro continente
soltanto mediante l'accettazione delle frontiere trasmesse
loro dai colonialisti. Il principio del rispetto per l'integrità
territoriale degli Stati viene ripetuto non meno di tre volte
all'interno dello Statuto dell'OUA, e sta a noi soltanto di
osservarlo tanto scrupolosamente quanto esso merita. L'Etiopia
sostiene questo punto di vista, sebbene essa stessa abbia
subito non meno di altri dalle depredazioni degli imperialisti.
Tuttavia dobbiamo procedere oltre. Lo Statuto ha definito
accuratamente ed adeguatamente i principi ai quali abbiamo
promesso la nostra adesione. Gli Africani tuttavia, come tutti
gli altri popoli, possiedono non soltanto virtù, ma
anche debolezze e probabilmente è inevitabile che alcune
differenze si levino tra di noi di tempo in tempo. Allo stesso
modo in cui l'Africa, quale entità unica, ed i vari
Stati africani individualmente lavorano duramente per la pacifica
risoluzione delle dispute tra Stati, così dobbiamo
garantire che le dispute in Africa sino risolte pacificamente.
Se il nostro continente non è libero dalla guerra intestina,
come possiamo sperare di influenzare altri le cui dispute
mettano a rischio la pace del mondo?
In maniera simile, i firmatari dello Statuto hanno dichiarato
la propria adesione al principio complementare della non-interferenza
negli affari interni degli altri Stati e tale principio, anch'esso,
deve essere rigidamente osservato se il conflitto tra Africani
deve essere evitato. Troppo spesso è proprio sotto
la forma di dispute territoriali e mediante il tramite dell'attività
sovversiva diretta contro governi legittimi che le influenze
straniere, che aspiriamo a bandire dal nostro continente,
tentano di esercitare il proprio potere e di istituire per
il proprio interesse un piede d'appoggio dal quale espandere
in seguito le proprie attività. Dobbiamo vigilare contro
l'insidioso sostituirsi di una forma di soggiogamento e dominio
ad un'altra; dobbiamo essere attenti ad inibire la crescita
di ciò che viene definito "neo-colonialismo".
Il neo-colonialismo assume oggi
due forme: economica e politica. Riconosciamo che la dominazione
economica, che non soltanto è sovente il più
difficile problema da eliminare, funge frequentemente da "cavallo
di Troia" per l'affermarsi della dominazione politica.
Riconosciamo inoltre che, data la storia del nostro continente
e le condizioni sotto le quali giungiamo alla libertà,
non è inusuale che, nonostante i nostri migliori sforzi,
l'indipendenza economica cui aspiriamo sia lontana e difficile
a giungere. Gli schemi commerciali istituiti da lungo tempo
non acquisiscono un nuovo orientamento con facilità
e velocità. Non illudiamoci nel pensare che tali questioni,
per la loro portata, non siano di alcun significato per il
futuro dell'Africa. Cerchiamo piuttosto, allo stesso tempo,
di applicarci con tutta la nostra forza per alterarli.
Quando prendiamo in considerazione il neo-colonialismo, i
nostri desideri sono se non altro più facili da formulare,
sebbene probabilmente non siano meno difficili da realizzare.
Desideriamo evitare un portamento rigido ed inflessibile,
che pregiudicherebbe la nostra posizione sulle principali
questioni che si pongono al cospetto del mondo. Desideriamo
evitare l'allineamento e raggiungere un reale non-allineamento.
Il nostro defunto buon amico, Sua Eccellenza il Primo Ministro
indiano Nehru, poneva la questione nei seguenti termini: "L'unico
campo in cui dovremmo gradire di trovarci è il campo
della pace e della buona volontà". A Belgrado,
nel settembre del 1961, affermammo che l'essenza del non-allineamento
era di essere imparziali, imparziali nel giudicare le azioni
e le politiche obiettivamente, a seconda che si ritenga contribuiscano
o intacchino la risoluzione dei problemi mondiali, la salvaguardia
della pace ed il miglioramento del livello generale delle
condizioni di vita dell'uomo. Coloro che denunciano giustamente
una fazione su ciascun problema o questione principale, riservando
nel contempo all'altra parte soltanto elogi, non possono affermare
di essere non-allineati. Potremmo, da un giorno all'altro,
trovarci ora ad opporci, ora a supportare, ora a votare a
sfavore, prima dell'Est, poi dell'Occidente. È il valore
delle politiche stesse- Noi diciamo- e non la loro fonte o
il loro sostenitore a determinare la posizione di chi sia
realmente non-allineato.
Ripetiamo che il non-allineamento
è in alcun modo anti-Orientale o anti-Occidentale,
non più di quanto sia anti-Settentrionale o anti-Meridionale.
Non è né anti- né pro- nella maniera
più assoluta. E' in gran parte affermativo, non negativo.
È a favore della pace e della libertà. È
per un livello di vita decente per tutti gli uomini. È
per il diritto delle popolazioni di ciascuna nazione di adottare
quel sistema economico e politico che la maggioranza al suo
interno scelga liberamente di seguire. È per il diritto
degli uomini e delle nazioni di prendere liberamente la propria
posizione circa le principali questioni del momento, secondo
quanto le proprie coscienze ed il proprio senso del diritto
e della giustizia -e queste soltanto- dettino loro.
Dovrebbe essere chiaro, tuttavia, che in quanto Africani che
abbracciano questo principio non stiamo scegliendo di formare
un terzo blocco, un super-potere che possa soltanto parlare
con un'unica voce in quanto controllato e manovrato da un
unico organo. Ciò che aspiriamo a creare è flessibile,
non inflessibile; una forza morale da utilizzarsi a favore
della pace mondiale, dello sviluppo economico, per il beneficio
dell'umanità. Non possiamo imporre i nostri punti di
vista mediante la forza. Disponiamo soltanto del potere della
persuasione morale. Questa è la nostra forza -e una
grande forza- se saremo però in grado di utilizzarla.
Ciò che è richiesto,
al di sopra di tutto, è la pazienza che sappia accettare
gli indugi, mentre ci si batte per superarli; la tolleranza
che comprenda le nostre debolezze, le nostre ambizioni egoistiche
ed i nostri angusti interessi personali, mentre si cerca di
rafforzare la nostra volontà e di rinvigorire la nostra
fibra morale e la devozione ai princìpi ed alla moralità
internazionale, l'unica in grado di armarci, ripararci e supportarci
nel quotidiano conflitto che è il nostro destino, nel
momento in cui lavoriamo per migliorare la sorte dell'Africa
e di tutti gli uomini in ogni luogo. A meno che non troviamo
il coraggio e la stabilità di propositi richiesti per
innalzarci al di sopra di noi stessi, andremo ad infrangerci
sui mezzi da noi stessi inventati, schiavi del nostro stesso
dispotismo. Lo spirito dell'Africa, che attornia le nostre
deliberazioni in questa sede, merita la grandezza che l'Africa
gli richiede. Agiamo in modo da dimostrarci degni di esso.
(Al Summit dell'OUA, Il Cairo, 21
luglio 1964; Important utterances of H.I.M., pagg. 368-80).
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