Se le bands hanno caratterizzato la nascita della musica jamaicana, oggi sono diventate sempre di più un fenomeno raro. In coloro che intraprendono la carriera artistica, prevale il senso di individualismo, si pensa che da soli si possa fare tutto quello che si vuole senza la necessità di accordi e rinunce, il gruppo quando c’è, ti accompagna solo in tour. E se in Europa e negli Stati Uniti la band è ancora una realtà viva e vegeta, nell’isola del reggae si possono contare sulla dita di una mano.
Quando si parla di gruppo a tutti viene in mente la Royal Family dei Morgan Heritage, e poi?
Da oggi a questo striminzito elenco si possono di diritto aggiungere i Rootz Undreground dei quali i mezzi dii informazione hanno cominciato ad occuparsene sin dallo scorso anno, attenzione che è poi cresciuta in corrispondenza del loro album d’esordio “Movement”, uscito nel mese di maggio. Nati formalmente nel 2000, i Rootz Underground solo ora sono riusciti a ritagliarsi un loro spazio nell’affollata scena jamaicana. Formata da Stephen Newland (cantante), Charles Lazarus (chitarra), Jeffrey Moss Solomon (chitarra e cori), Leon Campbell (batteria), Paul “Sccoby” Smith (tastiere) e Colin Young (basso), la band ha fatto molta gavetta, suonando ovunque li chiamassero, affinando le loro lyrics e impegnandosi a raggiungere una piena maturità artistica.
E a sottolineare la loro natura di collettivo è il lead singer Stephen Newland quando dice “siamo una band, ognuno di noi apporta il suo contributo e se oggi molta musica la si fa con il computer, noi crediamo ancora in un processo creativo dove tutti apportiamo qualcosa in base a quelle che sono le nostre caratteristiche”. Impegnati nella costruzione di una propria precisa identità musicale, i Rootz Underground hanno dimostrato che il formato band può ancora avere molto da dire. Arrivati al grande pubblico con il singolo “Victim Of The System”, ispirata al pensiero di Haile Selassie e Marcus Garvey, hanno immediatamente dato un segno tangibile delle potenzialità possedute.
Inoltre un ottimo lavoro di promozione fatto con le nuove tecnologie come internet, ha dato la possibilità ai Rootz Underground di farsi conoscere in poco tempo da una platea internazionale. In particolare un accordo con ITunes e una serie di video messi su Youtube, sono stati l’arma migliore per far arrivare la propria musica ovunque. A dare un concreto senso di unità allo loro mission nella reggae music, è la comune fede in Jah Rastafari considerato dai membri del gruppo l’unico capace di infondere nella gente uno spirito rivoluzionario che sia in grado finalmente di cambiare questo mondo corrotto.
Dopo l’ottima accoglienza riservata a “Victim Of System”, esce sempre sul finire del 2007 “Hammer”, una “strong tune” per abbattere tutti i simboli di Babylon. Il relativo video girato da un regista argentino, mostra una band in versione rock, dura e convinta che la possenza del suono possa abbattere muri ideologici e oppressivi. Entrambi i singoli trovano posto nell’album “Movement”, 19 tracks che danno definitivamente la portata della proposta artistica dei Rootz Underground. Stampato su etichetta Riverstone Records, il disco conta del lavoro di produzione di Wayne Armond (il leggendario leader dei Chalice), Bobby Digital, Deann Freser e Rory Gilligan.
Subito riceve l’attenzione della critica musicale, che proprio nella band scopre finalmente un fattore di differenziazione dell’attuale scena reggae jamaicana. Il Billboard Magazine parla di “un progetto molto interessante, che ricorda in diversi episodi i primi Steel Pulse”. Per Conscious Choice Magazine “in un momento in cui si parla di una rinascita del roots rock reggae, “Movement” si pone all’avanguardia in tale direzione, grazie ad una band perfettamente affiatata e brava nell’usare gli strumenti musicali a sua disposizione”. Addirittura entusiasmante la recensione del giornale Jamrock dove il giornalista testualmente scrive: “Vorrei correre in giro per la città e dire alla gente che la reggae music, la vera reggae music, quella portata in tutto il mondo da ambasciatori quali Tosh, Marley e Burning Spear, vive nei sei membri della band”.
Il disco, dopo un suggestivo interludio, si apre con “Time Is An Illusion”, una tune dotata di grande atmosfera grazie ad un prezioso lavoro di Smith alle tastiere. Una canzone riflessiva sul mondo nel quale viviamo e le sue mille contraddizioni e iniquità. Emerge forte e chiara la tendenza di Newland (colui che scrive tutti i testi) di raccontare attraverso la musica la “reality”, ma farlo però anche per invitare la gente a farsi delle domande, a riflettere e non essere passivi fruitori di messaggi. “Victim Of System” è a suo modo un piccolo capolavoro, respiro musicale ampio, vibrazioni profonde e intense, voce sognante e ipnotica, sono gli aspetti essenziali di questa “big big tune”. “Herb Fields” ha la potenza liberatoria che tutte le “ganja song” portano con se, mentre “Hammer”, aperto da possenti fiati, è un martello che si abbatte su Babylon con la speranza viva di cancellarla.
A far muovere il corpo ci pensano “In The Jungle” e “Special Place”, canzoni dalla melodia semplice e per questo capaci di catturare sin dal primo ascolto. Dotate di verve creativa sono anche “Rain”, “When I Go” e “Riverstone”, forse i due capitoli più meditativi e intimisti dell’intero disco. “Movement” è un disco musicalmente completo, suonato dalla prima all’ultima nota con strumenti veri, un mjx efficiente di stili diversi quali reggae, rock, jazz e dub.
In tutto il disco si respira una grande professionalità, un modo di fare reggae music che forse un po’ manca alle giovani generazioni di artisti, bravi con un microfono in mano, ma assolutamente spaesati con musica e arrangiamenti. I Rootz Underground e il loro “Movement” sono una buona base dalla quale partire per dare alla musica che tutti amiamo un contributo di creatività e competenza. Assolutamente consigliato.