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<title>ReggaeRevolution e ReggaeZion Blog</title><link>http://www.reggaezion.com/dblog/</link>
<description>ReggaeRevolution e ReggaeZion Blog</description><language>it</language>
<item>
	<title><![CDATA[BOUNTY KILLER ARRESTATO AL SUMFEST]]></title>
	<description><![CDATA[<p><font face="Verdana" size="2"><strong><img alt="" src="/public/Bounty_Killa.jpg" align="right" />E&rsquo; cominciato il Sumfest 2008. Gioved&igrave; scorso si &egrave; celebrata la dancehall night della quale vi parleremo in un prossimo articolo. Al momento dobbiamo registrare l&rsquo;arresto del &ldquo;Warlord&rdquo; Bounty Killer per aver utilizzato durante il suo live set, un linguaggio indecente. Aveva cominciato bene uno degli artisti pi&ugrave; amati dalla reggae massive jamaicana, stava proponendo il suo solito repertorio di vecchi e nuovi successi e il pubblico sembrava davvero apprezzare. </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Poi improvvisamente Bounty Killer ha completamente stravolto il suo spettacolo, protagoniste sono diventate le invettive contro alcuni artisti (in particolare Ninja Man) che ancora dovevano esibirsi, parte della massive non ha gradito e ha iniziato a fischiare rumorosamente. </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Il clima si &egrave; surriscaldato, come spesso &egrave; accaduto nelle passate edizioni del Sumfest, e quando l&rsquo;artista ha terminato la sua esibizione, la polizia era gi&agrave; dietro il palco che l&rsquo;aspettava. Per molti si &egrave; trattato di una sorta di ritorsione, che Bounty Killer si esibisca usando diciamo un linguaggio colorito &egrave; cosa nota, per&ograve; questa volta per le autorit&agrave; jamaicane ha davvero esagerato. Ora dovr&agrave; apparire davanti al giudice il prossimo 31 luglio, tutto si risolver&agrave; con una multa e il giro di giostra ricomincer&agrave;. </strong></font><font face="Verdana" size="2"><strong>Anche nel 2001 l&rsquo;artista era stato portato via dalla polizia, dopo uno dei suoi proverbiali duelli con l&rsquo;eterno nemico Beenie Man. </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Sui forum molti sono stati i commenti, tra quelli meno affettuosi c&rsquo;&egrave; chi dice che Killah ha trovato un modo di far parlare di se, visto che negli ultimi tempi nessun nuovo brano sembra trasformarsi in una hit. Il deejay poi sarebbe particolarmente arrabbiato da quando Vybz Kartel, suo pupillo, ha lasciato l&rsquo;Alliance, superandolo poi sistematicamente nelle classifiche e forse anche nel cuore di alcuni suoi vecchi fans. </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Per noi resta la tristezza di un episodio che comunque macchia questa edizione del Sumfest, che mai come quest&rsquo;anno si era riproposto di far parlare di se solo per la musica. Nel video che vi proponiamo &egrave; documentato uno dei tanti episodi che ha visto contrapposti Bounty Killer a Beenie Man e Ninjaman.</strong></font></p>
<strong><font face="Verdana" size="2">
<div>bounty killer vs beenie man ref ninjaman follow the arrow 02</div>
</font></strong><embed src="http://www.youtube.com/v/_7ZkMRtWOw8&amp;hl=en&amp;fs=1" width="425" height="344" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true"></embed>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.reggaezion.com/dblog/articolo.asp?articolo=424]]></link>
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	<dc:date>2008-07-19T22:47:48+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Mr.Bigga</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[MATUMBI: SEVEN SEALS]]></title>
	<description><![CDATA[<p><img alt="" src="/public/seven seals.jpg" align="left" /><font face="Verdana" size="2"><strong>Il secondo appuntamento della nuova rubrica &ldquo;Oldies But Goodies&rdquo;, &egrave; dedicato ai Matumbi, il cui leader Bevin Fagan &egrave; scomparso nel mese di aprile (leggi l&rsquo;articolo a lui dedicato pi&ugrave; in basso). Meno famosi di atre realt&agrave; reggae provenienti dall&rsquo;Inghilterra alla fine degli anni&rsquo;70, quali gli Steel Pulse e gli Aswad, i Matumbi hanno sapientemente saputo miscelare le sonorit&agrave; reggae a influenze pi&ugrave; pop, contribuendo in questo modo a diffondere il genere nel proprio paese. </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>&ldquo;Seven Seals&rdquo; &egrave; la loro prima vera produzione, dopo che la band aveva visto la nascita ufficiale nel 1972. Dell&rsquo;album &egrave; possibile trovare solo il vinile perch&eacute; almeno fino ad oggi non &egrave; stato ristampato, anche se alcuni dei brani in esso contenuti sono stati messi su supporto magnetico nella raccolta che la Emi ha pubblicato agli inizi degli anni &rsquo;90 e che si chiama &ldquo;Empire Road&rdquo;. </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Il disco &egrave; registrato al Berry Street di Londra, i Matumbi sono presenti al gran completo con Glaister Venn (voce), Dennis Bovell (chitarra e voce), Eaton Blacke (basso), Llyod Donaldson (batteria), Bevin Fagan (basso e voce), Webster Johnson (tastiere e voce) e Euton Jones (percussioni). &ldquo;Seven Seals&rdquo; ha un suono particolare, molto curato nei dettagli, le armonie vocali si ripropongono quale base portante del sound, sempre granitico e aperto. </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Melodie retr&ograve; in un momento nel quale l&rsquo;Inghilterra scopre le vecchie sonorit&agrave; <img alt="" src="/public/matumbi 1.jpg" align="right" />jamaicane, un interesse che culmina nella chiara emulazione di gruppi di successo quali i Clash. L&rsquo;apertura &egrave; portentosa, &ldquo;Guide Us Jah&rdquo;, &ldquo;Hook Deh&rdquo; e soprattutto &ldquo;Hypocrite&rdquo; lasciano senza fiato, esempi mirabolanti di puro e geniale reggae in UK. &ldquo;Empire Road&rdquo; &egrave; semplicemente stupenda, mentre &ldquo;All Over This World (Money)&rdquo; &egrave; corrosiva ed incisiva. </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>I Matumbi con &ldquo;Seven Seals&rdquo; entrano nel cuore di chi ama le roots vibes e danno alla band le credenziali per farsi ambasciatori di uno stile personale, ma a suo modo universale. Un disco con il quale gioire, sognare e meditare e le cui vibes battono al posto del tuo cuore. </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>JAH BLESS BEVIN FAGAN </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong><img alt="" src="/public/bevin fegan.jpg" align="left" />Bevin Fagan &egrave; morto lo scorso 3 aprile all&rsquo;et&agrave; di 54 anni a causa di un infarto. Era il cantante dei Matumbi, importante band della scena reggae inglese, dapprima partita con incredibili e impedibili dischi roots e poi con non sempre riusciti incontri tra ritmo in levare e altri stili come il soul e il funk. Seppure nei Matumbi erano in molti a dare il loro contributo vocale, Fagan era il principale singer, colui che con il proprio carisma trascinava tutta la crew. </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Nato a Kingston, a soli sette anni si trasferisce in Inghilterra e va ad abitare a Battersea nella parte orientale di Londra. Il padre &egrave; officiante nella locale Methodist Episcopal Zion, nella cui chiesa l&rsquo;allora bambino inizia cantare e a scoprire le proprie qualit&agrave; canore. Il suo migliore amico &egrave; Dennis Bovell, un ragazzo che viene dalla Barbados che da adolescente aveva gi&agrave; fondato una rock band nella quale milita anche Errol Pottinger, altro giovane di origine caraibica. </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Per i tre la band &egrave; il primo laboratorio nel quale fare incontrare le proprie voci e provare i primi vocalizzi. L&rsquo;esperienza di Stonehaege, il nome dato al gruppo, si esaurisce nel 1970 e dalle sue ceneri nasce la crew Matumbi, che in dialetto Yoruba significa rinascita. L&rsquo;impronta del gruppo &egrave; immediatamente roots reggae e dopo poco arrivano anche le prime soddisfazioni, aprono infatti i concerti inglesi di I-Roy, Ken Boothe e Peter Tosh. </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Arriva il contratto con la Trojan, con Fagan quale lead singer registrano &ldquo;Wipe Them Out&rdquo; e &ldquo;After Tonight&rdquo;, con quest&rsquo;ultima che pu&ograve; essere considerata il primo grande successo della band. Nel 1976 i Matumbi registrano una cover di un pezzo di Bob Dylan, &ldquo;The Man In Me&rdquo;, che diventa il singolo reggae pi&ugrave; venduto di quell&rsquo;anno. </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Stanchi di essere una band che fa solo cover e non sempre valorizzati dalla Trojan, i Matumbi subiscono le prime crepe e defezioni, a rimpiazzare i fuoriusciti arriva anche il fratello pi&ugrave; giovane di Fagan. Nel 1978 la rinata band firma per la EMI e d&agrave; alle stampe l&rsquo;album &ldquo;Seven Seals&rdquo;, una raccolta di brani che lancia definitivamente il gruppo, che di li a poco comincia un lungo tour promozionale. La popolarit&agrave; si consolida con il successivo album &ldquo;Point Of View&rdquo;, che insieme ad una serie di singoli scritti dallo stesso Fagan, fanno dei Matumbi una delle realt&agrave; reggae pi&ugrave; importanti del Regno Unito. </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Nel 1982 la band si reca in Jamaica, dove registra &ldquo;Testify&rdquo;, album che non ripete per&ograve; l&rsquo;exploit dei precedenti. Per Fagan cos&igrave; come per altri membri dei Matumbi, &egrave; il momento di andare avanti da solo, cambia diversi nomi prima di scegliere quello di Running Water. Tiene diversi concerti nei quale la parte principale del suo repertorio restano per&ograve; i pezzi registrati con i Matumbi, la cui magia continua a catturare i pubblici di tutto il mondo. </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Playlist </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Guide Us Jah </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Hook Deh </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Hypocrite </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Bluebeat &amp; Ska </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Empire Road </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Music In The Air </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>All Over This World (Money) </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Rock</strong></font> </p>
<div><font face="Verdana" size="2"><strong>Matumbi - Live 1979</strong></font></div>
<p><embed src="http://www.youtube.com/v/4ncb6kJKf6E&amp;hl=en&amp;fs=1" width="425" height="344" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true"></embed></p>
<p>&nbsp;<font face="Verdana" size="2"><strong>MATUMBI Empire Road (Revolver 1978)</strong></font></p>
<p><embed src="http://www.youtube.com/v/ucTIKlLVWrs&amp;hl=en&amp;fs=1" width="425" height="344" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true"></embed></p>
<div><font face="Verdana" size="2"><strong>A Tribute To Running Water</strong></font></div>
<p><embed src="http://www.youtube.com/v/DiA-Xuk1URo&amp;hl=en&amp;fs=1" width="425" height="344" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true"></embed></p>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.reggaezion.com/dblog/articolo.asp?articolo=423]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.reggaezion.com/dblog/articolo.asp?articolo=423</guid>
	<dc:date>2008-07-19T21:47:00+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Mr.Bigga</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[PATRIOT: UN MESSAGGIO DI AMORE UNIVERSALE]]></title>
	<description><![CDATA[<p><font face="Verdana" size="2"><strong><img alt="" src="/public/Patriot-reggaesinger.jpg" align="right" />Il nostro abituale appuntamento con le charts jamaicane, nelle quali sostanzialmente tutto resta invariato nelle prime posizioni, ci d&agrave; la possibilit&agrave; alla reggae massive italiana di presentare Patriot. </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Deejay e songwriter Patriot (vero nome Denver Williams) &egrave; nato il 24 marzo del 1968, a Runaway Bay, nel parish di St.Ann. Dopo aver frequentato la St. Ann Bay Primiry School, a 16 anni emigra negli Stati Uniti, dove insieme alla famiglia va ad abitare a Brooklyn, ricominciando a frequentare la scuola. Nasce anche la passione per l&rsquo;atletica, disciplina nella quale il giovane eccelle visto che riesce a percorrere i 100 metri in soli 10 secondi, tanto da rendere concreta una sua partecipazione alle olimpiadi. </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Il destino per&ograve; interviene cambiando completamente le prospettive di vita del ragazzo, che improvvisamente perde la vista. </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Lotta ardua per qualsiasi giovane, resa ancora pi&ugrave; dura dal vivere in un paese che non &egrave; il tuo e con una famiglia nella quale tuo padre &egrave; stato sostituito da un altro uomo. La forza per non cedere e continuare a dare un senso alla propria vita, Patriot la trova nella profonda fede in Rastafari, benedetta poco dopo dalla nascita di Jahmal, il primo figlio che d&agrave; uno scopo essenziale all&rsquo;esistenza di un adolescente in grave difficolt&agrave;. </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Con carattere e determinazione trova nella musica reggae un&rsquo;ulteriore motivo per vivere e gioire, nel 1988 registra &ldquo;Hold Tight&rdquo;, il suo primo brano per la Stereo One Label. Arrivano poi &ldquo;Man A Warrior, &quot;Keep Yuh Goals In Sight&quot;, &quot;Honorable&quot; e &quot;Break Free&rdquo;, tutti singoli che lanciano l&rsquo;artista soprattutto nella sua natia Jamaica. </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Conosce e stringe legami con Beres Hammond, che lo accoglie nella sua Harmony House, una collaborazione che oggi si rivela molto preziosa visto che Patriot proprio con la crew del raffinato singer sta producendo il suo album di debutto. </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>Ma a rivelare l&rsquo;artista alla reggae massive internazionale &egrave; il brano &ldquo;Looking For Love&rdquo;, da diverse settimane presente nella Top 20 Reggae Singles. La canzone &egrave; stata prodotta da Computer Paul e sin dall&rsquo;uscita le radio dell&rsquo;isola hanno cominciato a trasmetterla pi&ugrave; volte al giorno, fino a trasformarla in un vero e proprio anthem estivo. </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>A dominare, come si evince dal titolo, &egrave; il tema dell&rsquo;amore, in particolare il testo parla di coloro i quali l&rsquo;amore ha spezzato il cuore, il tutto scorre su morbidi e semplici beat, senza pretese e senza voglia di stupire, ma solo con la volont&agrave; di voler far parte della grande reggae community.</strong></font> </p>
<div><font face="Verdana" size="2"><strong>Patriot &quot;Looking for love&quot; (Hillside Records)</strong></font></div>
<div>&nbsp;</div>
<p><embed src="http://www.youtube.com/v/-FXwDq5tKIk&amp;hl=en&amp;fs=1" width="425" height="344" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true"></embed></p>
<font face="Verdana" size="2">
<p><strong>TOP 20 DANCEHALL SINGLES</strong></p>
</font>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>1) Gully Creepa - Elephant Man - Seanizzle </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>2) Nah Go Nuh Weh - Vybz Kartel- Big Ship</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>3) On The Rock - Mavado - Baby G</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>4) Wine Gal - Beenie Man - TJ Records</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>5) Dancers Anthem - RDX - Apt 19</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>6) Money Changer - Mavado - Juke Boxx</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>7) Chiney-K - Mavado - Big Ship</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>8) Nuh Linga - Elephant Man - Board House</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>9) Falling Down - Stacious - John John </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>10) Stinking Rich - Serani - Daseca</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>11) Dem Nuh Want Nuh Gal - Assassin - Board House</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>12) Laptop - Macka Diamond - D-Ice</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>13) Gimmi Likkle (Pickney Nah Hold Yu Dung) - Beenie Man &amp; Sexy P - Born So Records</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>14) What Have I Done To You - Bugle - Daseca</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>15) Study People - Serani - Fire Links</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>16)Hustle - Andrew &amp; Wada Blood - Fire Links</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>17) (Even If Mi Lef Di Gully) Don't Worry - Mavado - Daseca</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>18) Dem Yah &amp; Dem Yah - Flippa Mafia - Board House</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>19) Winner - Konshens - Natural Bridge</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>20) The Mission - Stephen &amp; Damian Marley - Baby G</strong></font></p>
<font face="Verdana" size="2">
<p><strong>TOP 20 REGGAE SINGLES</strong></p>
</font>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>1) Mood For Love (Missing You) - Terry Linen - Uplifting Music International </strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>2) Just As I Am - L.U.S.T. - Born Music</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>3) Love Fire - Tony Rebel - Taxi</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>4) Different Page - I-Octane - Arrows</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>5) Choppa Grade - Queen Ifrica - Nice Time Music</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>6) Di Plane Land - Richie Spice - No Doubt Records</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>7) Pain - Capleton, Bobo Zaro &amp; Contractor - Green Lion</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>8) Looking For Love - Patriot - Hill Side Entertainment</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>9) I Am Not Afraid - Etana - No Doubt Records</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>10) No Time To Linger - Terry Linen - Joe Fraser</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>11) Bed Of Roses - Noddy Virtue &amp; Jodi-Ann Pantry - Reflection</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>12) Mercy Please - Black Judah feat. Warrior King - Teflon Blood</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>13) Clearly - Alibra - 5 Star</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>14) Ride Or Die - Ce'Cile - Danger Zone</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>15) One Of A Kind - Leroy Smart - WWS</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>16) Nothing To Smile Bout - Morgan Heritage - No Doubt Records</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>17) Love Question - Mega Flex - Flex Production</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>18) My Lady - Fyahkin - Solar Ent. / Fearless Records</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>19) Journey - Jah Cure - SOBE/Danger Zone</strong></font></p>
<p><font face="Verdana" size="2"><strong>20) Yuh Nuh Simple - Tony Anthony - B-Crissas</strong></font></p>
<p><font face="Verdana"><font size="2"><strong>JAMAICA'S WEEKLY MUSIC COUNTDOWN CHARTS <br />by Richie B - host of &quot;HOT MIX&quot; on HOT 102 FM - Jamaica <br />&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <font color="#ff0000">Data : 11 luglio 2008</font></strong></font></font></p>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.reggaezion.com/dblog/articolo.asp?articolo=422]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.reggaezion.com/dblog/articolo.asp?articolo=422</guid>
	<dc:date>2008-07-18T20:30:22+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Mr.Bigga</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[MEMORIE DI UNO SCHIAVO FUGGIASCO di Frederick Douglass ]]></title>
	<description><![CDATA[<div align="center">
<p align="left"><img height="215" alt="" src="/public/Memorie_boock.jpg" width="143" align="left" border="2" /><font face="Verdana" size="2"><strong>In questa nuova sezione &quot; Letture RastafarI &quot; aperta da pochissimo&nbsp;ed inaugurata con &nbsp;il&nbsp; famoso Negus di Mosley pubblichiamo&nbsp; un'altra lettura interessante legata questa volta&nbsp;al periodo della schiavit&ugrave; che Ras Wood ci propone.</strong></font></p>
<p align="left"><font face="Verdana" size="2"><strong>Con un semplice copia ed incolla &egrave; possibile scaricare e stamparsi&nbsp;questa ottimo approfondimento,&nbsp;&nbsp;perch&egrave; terminato il copyright. </strong></font><font face="Verdana" size="2"><strong>Il libro pubblicato&nbsp;&nbsp;serve per approfondire un periodo storico che dar&agrave; poi un impulso fondamentale al movimento Rastafariano con la profezia di Marcus Garvey e la sua idea di rimpatrio fisico con la fondazione della Black Star Line.&nbsp;Soprattutto&nbsp; perch&egrave; dar&agrave; lo stimolo necessaario ai black man di ribellarsi allo schiavista bianco e</strong></font>&nbsp;<strong><font face="Verdana" size="2">mantenere vivo come dice il titolo,&nbsp;&nbsp;le memorie di un periodo di tribolazione e vergognoso della razza umana </font></strong></p>
<p align="left"><b><font size="3">CAPITOLO PRIMO</font> </b></p>
<p align="left">&nbsp; </p>
<p align="left">Nacqui a Tuckahol, presso Hillsborough e a dodici miglia circa da Easton, nella contea di Talbot (1) nel Maryland. Non ho un'idea precisa della mia et&agrave; perch&eacute; non ho mai visto un documento ufficiale che la registrasse. L'enorme maggioranza degli schiavi sanno, della loro et&agrave;, quanto ne sanno i cavalli, e su questo punto tutti i padroni di mia conoscenza ci tengono a mantenerli nel buio pi&ugrave; completo. Non ricordo di aver mai trovato uno schiavo che sapesse dire in quale giorno fosse venuto al mondo. Al massimo, parlava vagamente della stagione della semina, della stagione del raccolto, della stagione delle ciliegie, o della primavera, o dell'autunno. Fu questa, per me, una causa di disagio sin dall'infanzia. I ragazzi bianchi sapevano dire quanti anni avevano: perch&eacute; mi era negato lo stesso privilegio? Non potevo certo chiederlo al mio padrone. Per lui, qualunque domanda simile da parte di uno schiavo era scorretta e impertinente, segno di spirito irrequieto. Il calcolo meno improbabile che possa fare mi d&agrave; qualcosa come ventisette o ventott'anni. Lo deduco dall'aver sentito dal mio padrone, in non so che mese del 1835, che ne avevo circa diciassette. Mia madre si chiamava Harriet Bailey. Era figlia di Isaac e Betsey Bailey; entrambi neri, e neri assai. Ma era di carnagione pi&ugrave; scura che i miei due nonni.<br />Mio padre era un bianco - secondo tutti coloro che ho sentito parlare della mia parentela. Correva pure voce, o almeno si sussurrava, che fosse il mio padrone; ma dell'esattezza di questa storia io non so nulla, essendomi stato precluso il modo di saperlo. Infatti, mia madre e io fummo separati ch'ero piccolissimo - prima che la conoscessi come mia madre. &Egrave; abitudine corrente, nella parte del Maryland dalla quale son fuggito, strappare i figli alle loro madri in et&agrave; tenerissima. Sovente, prima che il piccolo abbia raggiunto i dodici mesi, sua madre viene prestata a una fattoria distante un buon tratto di cammino, e lui affidato a una vecchia troppo carica d'anni per poter lavorare la terra. Perch&eacute; questa separazione venga imposta lo ignoro, se non &egrave; per impedire che il bimbo si affezioni alla madre, e smorzare e distruggere il naturale affetto della madre per il bimbo. Comunque, &egrave; questo il risultato inevitabile.<br />Non vidi mai mia madre, sapendo che si trattava di lei, pi&ugrave; di quattro o cinque volte in vita mia, e ognuna per una durata molto breve, e di notte. Era stata prestata al signor Stewart, che abitava a dodici miglia circa da casa mia; e veniva a trovarmi di notte, coprendo l'intera strada a piedi, finita la giornata di lavoro. Lavorava nei campi, e la pena, per chi non si presenta in campagna al levar del sole, &egrave; la frusta, a meno che uno schiavo non riceva dal padrone un permesso speciale - permesso che si ottiene di rado, e conferisce a chi lo d&agrave; il nome orgoglioso di &quot;padrone cortese&quot;. Non ricordo di aver mai visto mia madre alla luce del giorno. Era con me di notte. Mi si sdraiava accanto e mi cullava; ma, molto prima che mi svegliassi, era partita. Sapevamo pochissimo l'uno dell'altra, e il tenue legame con me che le era stato concesso di mantenere in vita fu ben presto spezzato insieme con le sue sofferenze e fatiche, dalla morte<br />Mor&igrave; che avevo sette anni circa in una delle fattorie del mio padrone, presso Lee's Mill. A me non fu concesso di assistere n&eacute; alla sua malattia, n&eacute; alla sua morte, n&eacute; al suo funerale. Se ne and&ograve; molto prima che ne sapessi nulla; e, non avendo se non fugacemente goduto il conforto della sua vicinanza, delle sue cure trepide e amorose, accolsi la notizia della sua scomparsa suppergi&ugrave; con la stessa emozione che, probabilmente, avrei sentito alla scomparsa di un estraneo.<br />Cos&igrave; bruscamente chiamata altrove, essa mi lasci&ograve; senza il pi&ugrave; pallido sospetto di chi fosse mio padre. La voce che questi fosse il mio padrone pu&ograve; essere o non vera; e, vera o falsa che sia, importa poco agli effetti miei, mentre resta in tutta la sua lampante odiosit&agrave; il fatto che i proprietari di schiavi vollero, e stabilirono per legge, che i figli delle schiave seguano in tutti i casi la condizione della madre; e ci&ograve; allo scopo fin troppo palese di facilitare le loro voglie, e rendere tanto utile quanto dilettevole la soddisfazione di brame malvagie; giacch&eacute;, con questo abile espediente, il negriero, in non pochi casi, mantiene nei riguardi degli schiavi il duplice rapporto di padrone e di padre.<br />Conosco di questi casi, e &egrave; degno di nota che gli schiavi in condizioni simili patiscano invariabilmente maggiori durezze che gli altri, e abbiano assai pi&ugrave; da combattere. Prima di tutto, sono un eterno pruno negli occhi della padrona. Questa &egrave; sempre propensa a trovarli in fallo, &egrave; raro che non abbia a ridire su come agiscono; non &egrave; mai tanto felice come quando li vede sotto il frustino, specialmente se sospetta il marito di mostrare verso i figli mulatti i favori di cui priva i suoi schiavi negri. Spesso, per deferenza verso i sentimenti della sua consorte bianca, il padrone &egrave; costretto a vendere questa categoria di schiavi; e, per crudele che possa sembrare, non di rado &egrave; un senso di umanit&agrave; che lo spinge a cedere le sue creature a un mercante di carne umana, perch&eacute; se non lo facesse dovrebbe non soltanto frustarli di suo pugno, ma assistere allo spettacolo di uno dei suoi figli bianchi che lega a un palo il fratello, appena un'ombra pi&ugrave; scuro, e gli abbassa sulla schiena nuda la correggia insanguinata; e, se bisbiglia una parola di riprovazione, questa &egrave; interpretata come parzialit&agrave; affettiva, e non fa che peggiorare la situazione sia per lui, che per lo schiavo al quale vorrebbe poter dare protezione e difesa.<br />Ogni anno produce una moltitudine di schiavi di questa categoria; ed &egrave; certo per esserne a conoscenza, che un grande statista del Sud presag&igrave; la fine della schiavit&ugrave; per le ferree leggi demografiche. Si compia o no questo presagio, &egrave; certo che nel Sud sta formandosi, ed &egrave; tenuto in schiavit&ugrave;, un popolo di aspetto ben diverso da quello originariamente importato dall'Africa, e il suo incremento avr&agrave;, se non altro, il benefico risultato di togliere forza alla tesi, secondo cui Dio ha maledetto Cam e quindi la schiavit&ugrave; americana &egrave; sacrosanta. Se i discendenti diretti di Cam sono gli unici a essere schiavi sull'autorit&agrave; della Bibbia, &egrave; sicuro che la schiavit&ugrave; negli Stati meridionali diverr&agrave; ben presto anti-biblica, perch&eacute; ogni anno vedono la luce migliaia di schiavi che, come me, devono l'esistenza a padri di pelle bianca, e questi sono, nella grande maggioranza dei casi, i loro padroni.<br />Io, di padroni, ne ho avuti due. Il primo si chiamava Anthony. Come facesse di nome non lo ricordo. In genere lo chiamavamo &quot;Capitan Antonio&quot; - titolo che si era guadagnato, suppongo, guidando una barca a vela nella Chesapeake Bay. Non passava per un proprietario di schiavi ricco. Possedeva due o tre aziende e una trentina di schiavi, gli uni e le altre affidati alle cure di un assistente di nome Plummer. Il signor Plummer era un miserabile ubriacone, uno spergiuro, e un mostro fatto e finito. Circolava sempre armato di uno scudiscio di pelle di bue e di un pesante bastone. So per esperienza diretta che, a vederlo frustare selvaggiamente le donne, anche il mio padrone si inquietava, e soleva minacciarlo dello stesso trattamento se non badava a quel che faceva.</p>
<p align="left">Non che il mio padrone fosse un proprietario di schiavi umano. Ci voleva l'eccezionale barbarie di un assistente, per commuoverlo. Era un uomo crudele, inasprito da una lunga esistenza di schiavista: a volte, fustigare uno schiavo sembrava dargli un piacere raffinato. Mi &egrave; spesso accaduto d'essere svegliato, all'alba, dalle urla strazianti di una mia zia ch'egli soleva legare a un palo e menarle lo staffile sulla schiena nuda finch&eacute; non era letteralmente coperta di sangue. Nessuna parola, nessuna lacrima, nessuna preghiera della vittima insanguinata, sembrava distrarre dalla turpe bisogna il suo cuore di ferro. Pi&ugrave; lei gridava, pi&ugrave; lui menava la frusta; e l&agrave; dove il sangue colava pi&ugrave; veloce, ivi egli batteva pi&ugrave; a lungo. La frustava per farla gridare, la frustava per farla zittire; e non cessava di mulinare la frusta intrisa di sangue prima che la fatica lo vincesse. Ricordo la prima volta che assistei a questo spettacolo orribile. Ero appena un bimbo, ma me lo ricordo bene: e non lo dimenticher&ograve; finch&eacute; avr&ograve; memoria. Fu la prima di una lunga serie di infamie alle quali volle il destino che assistessi, anzi partecipassi, e mi colp&igrave; con una forza tremenda. Era la porta insanguinata, l'entrata all'inferno della schiavit&ugrave;, attraverso la quale stavo per passare. Fu uno spettacolo spaventoso. Vorrei poter affidare alla carta i sentimenti coi quali lo osservai.<br />Il fatto avvenne quasi subito dopo il mio passaggio in casa del mio padrone, e nelle circostanze seguenti. Una notte, Zia Hester usc&igrave; - diretta dove, o per che scopo, lo ignoro - e accadde che fosse assente proprio quando il mio padrone ne desiderava la presenza. Egli le aveva ordinato di non uscire di sera, ammonendola di non farsi mai trovare in compagnia di un giovane, che le faceva la corte, e che apparteneva al colonnello Lloyd. Il giovane si chiamava Ned Roberts e era comunemente detto il &quot;Ned di Lloyd&quot;. Perch&eacute; il mio padrone avesse tanta cura di lei, lo lascio tranquillamente immaginare. Era una donna dalle nobili forme e di proporzioni gentili, che poche eguagliavano, e ancor meno superavano, in aspetto fisico, sia fra le donne di colore, che fra le bianche dei nostri paraggi.<br />Zia Hester non aveva soltanto disubbidito ai suoi ordini uscendo, ma era stata trovata in compagnia del Ned di Lloyd; circostanza che - capii da ci&ograve; che le diceva nel frustarla - era il capo d'accusa principale. Ora, se il mio padrone fosse stato uno stinco di santo, lo si sarebbe potuto credere interessato alla protezione dell'innocenza di mia zia, ma chi l'ha conosciuto non lo sospetter&agrave; mai di simili virt&ugrave;. Prima di cominciare a frustare Zia Hester, la port&ograve; in cucina e la spogli&ograve; dal collo alla vita, lasciandole completamente nudi il petto, le spalle e la schiena. Poi le disse di giungere le mani, chiamandola nello stesso tempo maledetta sgualdrina; e appena lei le ebbe unite gliele leg&ograve; con una robusta corda, e la condusse a uno sgabello sotto un grosso uncino, appeso a un trave proprio a quello scopo. La fece salire sullo sgabello e le leg&ograve; le mani all'uncino in modo che si offrisse inerme al suo disegno infernale. Con le braccia lunghe distese, Zia Hester si reggeva sulle punte dei piedi. Allora egli le disse: &quot;Be', maledetta sgualdrina, ora t'insegner&ograve; a disubbidire ai miei ordini!&quot; e, rimboccatesi le maniche, cominci&ograve; a levare il pesante scudiscio, e presto il rosso e caldo sangue (fra urla strazianti di lei e orribili bestemmie di lui) gocciol&ograve; al suolo.<br />A quella vista io fui talmente spaventato e inorridito, che mi nascosi in uno stanzino e non mi avventurai a uscirne se non molto tempo dopo che la sanguinosa operazione era finita. Mi aspettavo che subito dopo venisse il mio turno. Era tutto cos&igrave; nuovo, per me! Non avevo mai visto una cosa simile, prima di allora. Ero vissuto con la mia nonna ai margini della piantagione, dove l'avevano messa a allevare i figli delle donne pi&ugrave; giovani: ero quindi sempre rimasto all'oscuro delle scene di sangue che spesso si verificavano nella fattoria.</p>
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<p align="left"><b><font size="3">CAPITOLO SECONDO</font></b></p>
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<p align="left"><br />La famiglia del mio padrone era composta di due figli, Andrew e Richard, e di una figlia, Lucretia, col marito capitano Thomas Auld. Essi vivevano tutti in una casa situata sulla piantagione-madre del colonnello Edward Lloyd, di cui il mio padrone era amministratore e sovrintendente generale, qualcosa come il sovrintendente di tutti i guardiani. In questa piantagione, nella famiglia del mio primo padrone, io trascorsi due anni della mia infanzia. Fu l&igrave; che assistetti alla scena cruenta narrata nel primo capitolo; e poich&eacute; fu l&igrave; che ebbi le prime impressioni della schiavit&ugrave;, traccer&ograve; un breve quadro della piantagione, e della schiavit&ugrave; come vi esisteva.<br />La piantagione &egrave; a circa dodici miglia a nord di Easton, nella contea di Talbot, e &egrave; situata sulle rive del fiume Miles. Le coltivazioni pi&ugrave; importanti erano il tabacco, il granoturco e il frumento. E questi crescevano in una tale abbondanza che, coi prodotti di quella e altre fattorie di sua propriet&agrave;, il colonnello poteva tenere quasi ininterrottamente in esercizio una grossa imbarcazione per trasportarli al mercato di Baltimora. Questo battello, in onore di una delle figlie del colonnello, aveva nome &quot;Sally Lloyd&quot;, e la governava il genero del mio padrone, il capitano Auld, mentre il resto della ciurma era di schiavi di propriet&agrave; del colonnello, che si chiamavano Peter, Isaac, Rich e Jake. Questi godevano di altissima stima presso gli altri schiavi, e erano tenuti come i privilegiati della fattoria: perch&eacute; non era piccola cosa, agli occhi degli schiavi, avere il permesso di vedere Baltimora.<br />Sulla sua piantagione-madre, il colonnello Lloyd teneva da tre a quattrocento schiavi, e molti di pi&ugrave; ne possedeva in fattorie vicine, tutte appartenenti a lui. I nomi delle fattorie nelle vicinanze pi&ugrave; immediate della piantagione-madre erano Wye Town e New Design. Wye Town era sotto la sorveglianza di un tale Noah Willis; New Design sotto quella di un certo Townsend. Gli assistenti di queste fattorie e di tutte le altre, che erano pi&ugrave; di venti, ricevevano consigli e direttive dagli amministratori generali della piantagione-madre. Qui, infatti, era il grande centro d'affari, la sede del governo, per tutte le venti fattorie. Qui si risolvevano tutte le liti fra assistenti; qui, se uno schiavo incorreva in gravi mancanze, o si dimostrava intrattabile, o tradiva l'intenzione di fuggire, era immediatamente trasportato, frustato a sangue, caricato a bordo del battello, trasferito a Baltimora, e venduto a Austin Woolfolk o a qualche altro mercante di carne umana, come monito solenne ai rimasti.<br />Qui, anche, gli schiavi di tutte le altre fattorie ricevevano la razione mensile di cibo, e annuale di vestiario. Quanto alla prima, spettavano agli schiavi, uomini e donne, otto libbre di carne di maiale, o l'equivalente in pesce, e otto galloni di farina, la seconda comprendeva due camicie di tela grezza, un paio di pantaloni di tela come le camicie, una giacca, un paio di pantaloni per l'inverno in quel panno ruvido che si usava per i negri, un paio di calze lunghe e uno di scarpe; cose che, messe insieme, non potevano costare pi&ugrave; di sette dollari. La razione per gli schiavi-bambini era consegnata alle rispettive madri, o alle vecchie che ne avevano cura; ma quelli inabili al lavoro agricolo non ricevevano n&eacute; scarpe, calze e giacca, n&eacute; pantaloni; il loro vestiario comprendeva due camicie di tela grezza all'anno, e se queste si logoravano rimanevano nudi fino al prossimo giorno di distribuzione. Bambini dai sette ai dieci anni, maschietti e femminucce, quasi nudi, si potevano vedere in ogni tempo dell'anno.<br />Letti, agli schiavi, non se ne davano, a meno di considerare tali una rozza coperta; e questa la ricevevano soltanto gli uomini e le donne. In ci&ograve;, tuttavia, essi non vedono una privazione eccessiva. La difficolt&agrave;, per loro, &egrave; meno la mancanza di letti, che la mancanza di tempo per dormire; giacch&eacute;, finita la giornata di lavoro sui campi, i pi&ugrave; dovendo lavare, rammendare e prepararsi la cena, e pochi o nessuno godendo dei mezzi ordinari per tutte queste faccende, una gran parte delle ore di sonno se ne va nel prepararsi per l'indomani di lavoro; e, sistemato questo problema, vecchi e giovani, maschi e femmine, maritati e scapoli, si buttano uno accanto all'altro su un letto comune - il freddo, umido pavimento - ciascuno coprendo se stesso o se stessa con la sua misera coperta; e qui dormono finch&eacute; non li chiama in mezzo ai campi il corno del sorvegliante. Al suono di questo, tutti devono alzarsi, e via! Non c'&egrave; un minuto da perdere; ognuno deve trovarsi al suo posto; e guai a chi non sente questo richiamo mattutino; perch&eacute;, se non lo sveglia il senso dell'udito, lo sveglia il senso del tatto, non c'&egrave; sesso o et&agrave; che goda favori. Ricordo un guardiano, Mr. Severe, fermo sulla porta della baracca, armato di un grosso bastone di noce e di un pesante scudiscio, pronto a frustare chiunque fosse tanto sventurato da non sentire, o, per altra causa, poco sollecito a partire pei campi al suono del corno.<br />Mr. Severe si chiamava per quello che era: un uomo crudele. L'ho visto frustare una donna da farle colare il sangue per mezz'ora; e questo coi bambini intorno a lei che piangevano e imploravano piet&agrave; per la madre. Sembrava che ci provasse gusto a manifestare la sua barbarie diabolica. E, oltre alla crudelt&agrave;, bestemmiava da far spavento. Sentirlo parlare bastava a gelare il sangue nelle vene e far drizzare i capelli in testa a un uomo normale. Non gli scappava quasi mai una frase che non cominciasse o finisse con un'orribile bestemmia. I campi erano il teatro della sua crudelt&agrave; e del suo sacrilegio; la sua presenza ne faceva un'arena di sangue e di bestemmia. Dal levare del sole al tramonto, egli sacramentava, depredava, bastonava, fustigava gli schiavi al lavoro, e nel modo pi&ugrave; indegno. La sua carriera fu breve. Mor&igrave; poco dopo ch'era andato a vivere dai Lloyd; e mor&igrave; com'era vissuto, alternando ai rantoli dell'agonia cupe bestemmie e orribili imprecazioni. Nella sua scomparsa, gli schiavi videro il decreto di una provvidenza misericordiosa.<br />Il suo posto fu occupato da un Mr. Hopkins. Egli era di tutt'altra pasta: meno crudele, meno empio, meno chiassoso. Il suo comportamento non fu contrassegnato da nessuna speciale esibizione di crudelt&agrave;: frustava, ma non pareva ci provasse gusto. Gli schiavi lo giudicavano un sorvegliante umano.<br />L'aspetto della piantagione-madre del colonnello Lloyd era quello di un villaggio di campagna. Tutte le operazioni meccaniche per tutte le fattorie vi erano compiute: fabbricazione e riparazione delle scarpe, dei ferri da cavallo, dei carri e carretti, delle botti, tessitura dei panni, macinazione del grano, tutto vi si faceva. L'intero posto aveva un'aria d'affari ben diversa da quella delle fattorie esterne. Anche il numero delle abitazioni cospirava a farne una cosa a s&eacute; nel vicinato: non per nulla gli schiavi la chiamavano <i>Great House Farm</i>, grande fattoria-casa. Pochi privilegi erano pi&ugrave; ambiti dagli schiavi delle fattorie esterne, che quello d'essere scelti per una commissione alla Great House Farm cosa che, nella loro mente, evocava idee di grandezza. Un deputato non potrebbe essere cos&igrave; orgoglioso della sua elezione a membro del Congresso Americano, come uno schiavo delle fattorie minori della sua elezione a ambasciatore volante presso la Great House Farm. Essi la consideravano una prova di grande fiducia riposta in loro dai guardiani; e perci&ograve;, oltre che per il desiderio di sottrarsi alla frusta del sorvegliante, lo stimavano un privilegio degno di vivere tutta una vita per poterlo ottenere. Colui al quale un simile onore era concesso pi&ugrave; di frequente, passava per un tipo in gamba, un po' come il primo della classe. E gli aspiranti alla carica cercavano d'ingraziarsi i sorveglianti con lo stesso zelo con cui i cacciatori di posti nei partiti politici cercano di blandire e di truffare il pubblico. S&igrave;, negli schiavi del colonnello Lloyd si possono scoprire i tratti psicologici fondamentali degli schiavi dei partiti.<br />Gli uomini scelti per recarsi alla Great House in vista delle razioni mensili per s&eacute; e i loro compagni di sventura, mostravano un bizzarro entusiasmo. Lungo il cammino facevano risuonare i vecchi fitti boschi, per miglia e miglia intorno, di canti sfrenati in cui si esprimevano insieme la gioia pi&ugrave; intensa e la tristezza pi&ugrave; profonda. Li componevano e intonavano l&igrave; per la strada, incuranti sia del tempo che del tono. L'idea che saliva alle labbra ne usciva - se non nella parola, nel suono; e con la stessa frequenza nell'uno e nell'altra. A volte esprimevano il sentimento pi&ugrave; patetico nel tono pi&ugrave; rapito, e il sentimento pi&ugrave; rapito nel tono pi&ugrave; patetico. E sempre, in tutte le canzoni, riuscivano a intessere qualcosa riguardante la Great House Farm, specialmente all'atto di partire da casa. Allora, con grande esultanza, cantavano queste parole: </p>
<p align="left">&quot;Me ne vado alla Great House Farrn!<br />Oh s&igrave;! Oh s&igrave;!! Oh!&quot;</p>
<p align="left">Questo cantavano, come accompagnamento corale a parole che molti giudicherebbero un gergo privo di costrutto, ma che per loro erano dense di significato A volte, penso che il solo udire quelle canzoni farebbe di pi&ugrave;, nel senso di imprimere nella coscienza generale il carattere odioso della schiavit&ugrave;, che la lettura d'interi volumi di filosofia sull'argomento.<br />A me, quand'ero schiavo, il significato profondo di queste canzoni rudi e in apparenza incoerenti sfuggiva. Essendo all'interno del cerchio, non vedevo e non sentivo ci&ograve; che potrebbe vedere e sentire chi ne &egrave; al di fuori. Quei canti narravano una storia di sofferenze, che, allora, superava le me deboli capacit&agrave; di comprensione: erano toni alti, lunghi, profondi; spiravano il lamento e esalavano la preghiera di anime colme di amarissima angoscia. Ogni nota era una testimonianza contro la schiavit&ugrave;, e una prece a Dio perch&eacute; ne rompesse le catene. L'ascoltare quegli accenti sfrenati mi deprimeva, riempiendomi di una malinconia ineffabile. Mi sono spesso trovato in lacrime, nell'udirli. Anche ora, il solo affiorare di queste canzoni al mio ricordo mi rattrista; e, mentre scrivo queste righe, un'espressione di sentimento ha gi&agrave; trovato una via gi&ugrave; per le mie guance.<br />A queste canzoni io faccio risalire la prima e confusa percezione del carattere disumanante della schiavit&ugrave;; una percezione avuta allora, e di cui non posso pi&ugrave; liberarmi. Quelle canzoni mi seguono come un'ombra per tener vivo il mio odio della schiavit&ugrave;, per rianimare la simpatia verso i miei fratelli in catene. Chi voglia imprimersi nel cuore gli effetti omicidi della schiavit&ugrave; sull'anima umana, vada alla piantagione del colonnello Lloyd e, in giorno di paga, s'immerga nel fitto delle pinete, qui, in silenzio, analizzi i suoni che passano attraverso le camere della sua mente - e se non vibra tutto, &egrave; solo perch&eacute; &quot;non v'&egrave; carne nel suo cuore indurito&quot;.<br />Da quando mi trovo nel Nord, &egrave; stato spesso cagione d'immenso stupore, per me, conoscere persone che parlano del canto fra gli schiavi come di una prova della loro contentezza e felicit&agrave;. &Egrave; impossibile immaginare errore pi&ugrave; grossolano. Gli schiavi cantano di pi&ugrave; quando sono pi&ugrave; infelici. Le loro canzoni rappresentano le pene del loro cuore; e essi ne traggono conforto solo come un cuore dolente trae conforto dalle lacrime. Tale &egrave;, almeno, la mia esperienza. Ho spesso cantato per annegare il dolore, di rado per esprimere contentezza. Piangere di gioia, e cantare di gioia, era per me egualmente insolito, finch&eacute; rimasi negli artigli della schiavit&ugrave;. Il canto di un uomo sbattuto su un'isola deserta potrebbe essere considerato una prova di contentezza e di gioia esattamente come il canto di uno schiavo; le note dell'uno e dell'altro nascono dalla stessa emozione.</p>
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<p align="left"><font size="3">&nbsp;<b>CAPITOLO TERZO</b></font></p>
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<p align="left"><br />Il colonnello Lloyd possedeva un grande e ben coltivato giardino, che forniva occupazione quasi in permanenza a quattro uomini oltre al giardiniere-capo (il signor M. Durmond), ed era, probabilmente, la maggior attrattiva del luogo. Nei mesi estivi, molti venivano a ammirarlo da vicino e da lontano - da Baltimora, da Easton, da Annapolis - poich&eacute; abbondava in frutti di quasi tutte le specie, dalle rustiche mele del Nord fino alle delicate arance del Sud. Nella piantagione, questo giardino non era la minor fonte di guai. La sua frutta deliziosa rappresentava una tentazione irresistibile per gli sciami famelici dei ragazzi e per gli stessi anziani, pochi dei quali avevano la virt&ugrave; o il vizio di resisterle.<br />Non passava giorno, d'estate, senza che qualche schiavo, per averne rubata, dovesse assaggiare la frusta. Il colonnello doveva ricorrere a ogni sorta di stratagemmi per tenere i suoi schiavi al largo dal giardino. L'ultimo e il pi&ugrave; riuscito consistette nell'incatramare il recinto tutt'intorno al frutteto; dopo di che, se si pescava uno schiavo con un po' di catrame addosso, lo si considerava prova sufficiente ch'era penetrato nel giardino o aveva cercato di penetrarvi, e, nell'uno e nell'altro caso, era frustato a sangue dal giardiniere-capo. Il piano funzion&ograve; bene; gli schiavi finirono per temere il catrame come la frusta. Sembravano convinti dell'impossibilit&agrave; di toccare <i>catrame</i> senza buscarle.<br />Inoltre, il colonnello manteneva una splendida scuderia. Stalla e rimessa avevano tutta l'aria di certe stazioni di noleggio delle grandi citt&agrave;: i cavalli erano della forma pi&ugrave; perfetta e del sangue pi&ugrave; nobile; quanto alla carrozzeria comprendeva tre splendidi cocchi e tre o quattro calessi, oltre a vetture leggere e biroccini all'ultima moda.<br />Il complesso degli edifici era affidato alle cure di due schiavi - il vecchio e il giovane Barney, padre e figlio. Essi non si occupavano d'altro - ma non si creda che fosse un'occupazione di tutto riposo, perch&eacute; in nulla il colonnello era cos&igrave; schizzinoso come nel governo dei suoi cavalli. La minima mancanza di riguardo, in materia, era imperdonabile, e costava la pena pi&ugrave; rude a chi vi incorreva; non v'era scusa che tenesse, se il colonnello aveva anche soltanto il sospetto di scarse attenzioni verso i suoi beniamini - sospetto al quale di frequente indulgeva e che, naturalmente, rendeva molto pesante il compito del vecchio e del giovane Barney. Essi non sapevano mai quando l'avrebbero passata liscia, non di rado erano frustati quando se lo meritavano di meno, e sfuggivano alla frusta quando se la meritavano di pi&ugrave;. Tutto dipendeva o dall'aspetto esterno dei cavalli, o dallo stato d'animo del padrone quando glieli portavano perch&eacute; se ne servisse. Se un cavallo non aveva il passo abbastanza veloce, o non teneva la testa abbastanza eretta, la colpa era, in un modo o nell'altro, dei suoi custodi. Era uno strazio trovarsi nei pressi della scuderia e sentire il rosario di lamentele quando i poveri diavoli tiravano fuori un cavallo: questo non &egrave; stato trattato come si doveva, non lo si &egrave; strigliato e spazzolato abbastanza; oppure non lo si &egrave; nutrito a sufficienza; il cibo era troppo umido o troppo asciutto; l'ha ricevuto troppo presto o troppo tardi; era troppo caldo o troppo freddo; gli si &egrave; dato troppo fieno e non abbastanza biada, o troppa biada e non abbastanza fieno, invece di badargli, il vecchio Barney ha lasciato indebitamente che lo custodisse suo figlio, e cos&igrave; via.<br />A tutti questi rimproveri, non importa se ingiusti, lo schiavo non doveva rispondere nemmeno una parola. Il colonnello Lloyd non tollerava che lo si contraddicesse in nessun punto. Quando parlava lui, lo schiavo doveva restare in piedi, ascoltare, tremare; come appunto, alla lettera, faceva. L'ho visto costringere il vecchio Barney, un uomo fra i cinquanta e i sessanta, a scoprirsi la testa calva, inginocchiarsi sul terreno umido e freddo, e ricevere sulle spalle nude e torturate pi&ugrave; di trenta colpi di staffile per volta. Il colonnello Lloyd aveva tre figli - Edward, Murray e Daniel - e tre generi, i signori Winder, Nicholson e Lowndes. Costoro abitavano tutti assieme alla Great House Farm, e si concedevano il lusso di frustare gli schiavi quando meglio piaceva loro, dal vecchio Barney gi&ugrave; gi&ugrave; fino a William Wilkes, il cocchiere. Ho visto coi miei occhi Winder mettere uno dei domestici a distanza conveniente per fargli assaggiare la punta dello scudiscio e, a ogni colpo, rigargli la schiena di pesanti giogaie.<br />Descrivere le ricchezze del colonnello Lloyd sarebbe un po' come descrivere le ricchezze di Giobbe. Teneva da dieci a quindici domestici, e si diceva possedesse un migliaio di schiavi, calcolo che credo rispondente al vero. Tanti ne possedeva che, vedendoli, non li riconosceva neppure; n&eacute; tutti gli schiavi delle fattorie secondarie conoscevano lui.. Si narra che un giorno, mentre andava a cavallo, s'imbatt&eacute; in un negro e gli si rivolse nel modo in cui, sulle strade maestre del Sud, usa rivolgersi alla gente di colore:<br />&quot;Be', ragazzo, di chi sei, tu ?&quot; <br />&quot;Del colonnello Lloyd.&quot;<br />&quot;Ti tratta bene, il colonnello?&quot;<br />&quot;Signorn&ograve;&quot; fu la pronta risposta. <br />&quot;E troppo duro?&quot;<br />&quot;Signors&igrave;.&quot;<br />&quot;Be', non ti d&agrave; abbastanza da mangiare?&quot;<br />&quot;Signors&igrave;, me ne d&agrave; abbastanza, per la roba che &egrave;&quot;.<br />Accertato di chi era lo schiavo, il colonnello tir&ograve; dritto, e anche lo schiavo se ne and&ograve; pei fatti suoi non sognandosi neppure di aver parlato col padrone. E non ci pens&ograve;, non ne parl&ograve;, non ne seppe pi&ugrave; nulla, fino a due o tre settimane dopo, quando il povero diavolo venne informato dal sovrintendente che, per aver trovato da ridire sul padrone, sarebbe stato venduto a un mercato georgiano. Fu quindi immediatamente incatenato e ammanettato, e cos&igrave;, senza un attimo di preavviso, una mano pi&ugrave; spietata della morte lo strapp&ograve; e divise per sempre dalla sua famiglia e dai suoi amici. &Egrave; questo il prezzo della verit&agrave;, la verit&agrave; nuda e cruda, detta in risposta a una serie di comuni domande.<br />Questi fatti spiegano in parte perch&eacute; mai, interrogati sulla loro vita e sul carattere dei loro padroni, gli schiavi, quasi invariabilmente, rispondano che sono contenti, e che i padroni sono cortesi. Si sa che questi sguinzagliano le loro spie fra la manodopera servile per controllarne le opinioni e i sentimenti circa il proprio stato: e la frequenza di questo controllo finisce coll'introdurre fra gli schiavi la massima che una lingua muta fa una testa savia. Essi celano la verit&agrave; piuttosto che sopportare le conseguenze dell'ammetterla; e cos&igrave; agendo si dimostrano parte della famiglia umana. Se mai hanno qualcosa da dire sui padroni, in genere &egrave; a loro favore, soprattutto se parlano con uno sconosciuto. Quando ero schiavo io, mi sono spesso sentito domandare se avevo un padrone cortese e non ricordo di aver mai dato risposta negativa; n&eacute; credevo, tenendo questo atteggiamento, di dire cosa assolutamente falsa, perch&eacute; misuravo la cortesia del mio padrone sul metro di cortesia instaurato dagli schiavisti nei nostri paraggi.<br />Inoltre, gli schiavi sono uomini come tutti gli altri e si imbevono di pregiudizi comuni al genere umano: ognuno giudica il proprio destino migliore dell'altrui; e, in forza di questo preconcetto, molti pensano che i loro padroni valgano pi&ugrave; di quelli di altri, anche se, in molti casi, &egrave; vero esattamente l'opposto. Non solo, ma spesso accade che discutano e si bisticcino sul tema della relativa bont&agrave; dei padroni, ciascuno affermando le superiori virt&ugrave; del proprio. Nello stesso tempo, presi uno per uno, tutti esecrano colui del quale sono propriet&agrave;.<br />Era cos&igrave; anche nella nostra piantagione. Quando gli schiavi del colonnello Lloyd s'imbattevano negli schiavi di Jacob Jepson, di rado si lasciavano senza una diatriba sui rispettivi padroni; gli schiavi del colonnello Lloyd sostenevano ch'era il pi&ugrave; ricco; gli schiavi del signor Jepson ch'era il pi&ugrave; in gamba, e il pi&ugrave; autorevole. I primi vantavano la sua capacit&agrave; di imbrogliare Jacob Jepson; i secondi, la capacit&agrave; di costui di bastonare l'altro. Queste liti finivano quasi sempre in una zuffa vera e propria, e chi pestava di pi&ugrave; passava per chi aveva pi&ugrave; ragione. Si sarebbe detto che, per loro, la grandezza dei padroni fosse trasmissibile ai servi. Essere schiavi era di per s&eacute; un grosso guaio, ma essere schiavi di un povero era addirittura una disgrazia!</p>
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<p align="left"><font size="3">&nbsp;<b>CAPITOLO QUARTO</b></font></p>
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<p align="left"><br />Il signor Hopkins rimase solo per breve tempo al suo posto nella fattoria. Ignoro perch&eacute; la sua carriera sia terminata cos&igrave; presto; ma suppongo che gli mancasse la durezza necessaria per fare al caso del colonnello Lloyd. Gli segu&igrave; il signor Austin Gore, un uomo che possedeva in grado eminente tutte le caratteristiche mentali indispensabili a quel che si chiama un sovrintendente di classe. In tale veste egli aveva operato in una delle fattorie esterne del colonnello Lloyd, e vi si era appunto rivelato degno dell'alto ufficio di sovrintendente generale della piantagione-madre, la Great House Farm.<br />Mr. Gore era orgoglioso, ambizioso e tenace, quanto era scaltro, crudele e incallito. Era l'uomo che ci voleva per quel posto; e quel posto era quello che ci voleva per un uomo della sua tempra. Esso gli dava campo e modo di esercitare tutta la pienezza dei suoi poteri, e egli sembrava trovarcisi a casa sua. Era di quegli uomini che riescono a trasformare in impudenza il pi&ugrave; piccolo sguardo, parola o gesto di uno schiavo, e agiscono in conformit&agrave;. Rispondergli non era ammesso; nessuna spiegazione era consentita allo schiavo accusato ingiustamente che pretendesse di difendersi. Egli applicava punto per punto la massima stabilita dai proprietari di schiavi: &quot;Meglio che una dozzina di schiavi soffrano sotto lo scudiscio, piuttosto che un sovrintendente sia riconosciuto, in presenza di schiavi, colpevole di un torto&quot;.<br />Uno schiavo poteva essere innocente fin che si vuole - non importava nulla, quando Mr. Gore lo accusava di una mancanza. Essere accusato equivaleva a essere riconosciuto reo; essere riconosciuto reo equivaleva a essere punito; l'una cosa seguiva sempre all'altra con certezza immutabile. Sfuggire alla pena era sfuggire all'accusa, due eventualit&agrave; di cui, sotto la sovrintendenza del signor Gore, pochi schiavi avevano la fortuna di sfruttare. Egli aveva la giusta dose di orgoglio per esigere dallo schiavo l'omaggio pi&ugrave; umiliante, e a sua volta la giusta dose di servilismo per strisciare ai piedi del padrone. Era troppo ambizioso per accontentarsi di qualcosa meno del grado pi&ugrave; elevato nella gerarchia dei sorveglianti, e troppo tenace per non raggiungere il vertice della sua ambizione. Abbastanza crudele per infliggere la pena pi&ugrave; dura, era abbastanza scaltro per abbassarsi al trucco pi&ugrave; vile, e abbastanza incallito per rimanere insensibile alla voce di una coscienza inquieta. Fra tutti i sovrintendenti, era il pi&ugrave; temuto dagli schiavi. La sua presenza ispirava angoscia, i suoi occhi irradiavano confusione, e di rado la sua voce stridula si levava senza produrre nelle nostre file sgomento e orrore.<br />Mr. Gore era un uomo grave; sebbene giovane, non scherzava mai, non si lasciava mai scappare un frizzo, raramente sorrideva. Le sue parole erano perfettamente in sintonia col suo aspetto fisico; il suo aspetto fisico era perfettamente in sintonia con le sue parole. A volte capita che un sorvegliante esca in una battuta scherzosa perfino con gli schiavi; non cos&igrave; Mr. Gore. Egli non parlava che per dar ordini, non dava ordini che per essere ubbidito; faceva un uso parco della lingua e generoso della frusta, e non si serviva della prima l&agrave; dove rispondeva bene la seconda. Quando menava lo scudiscio, sembrava farlo per senso di dovere, e non ne temeva gli effetti. Non compiva nessun atto, per quanto sgradevole, con riluttanza; sempre al suo posto, mai inconseguente. Se prometteva qualcosa, si poteva esser certi che manteneva la parola. Per dirla in una, era un uomo di una decisione inflessibile e di una durezza di pietra.<br />La sua selvaggia barbarie era eguagliata soltanto dalla freddezza consumata con cui infliggeva le pene pi&ugrave; rudi e sanguinose agli schiavi sottoposti al suo controllo. Una volta, prese a fustigare uno degli schiavi del colonnello Lloyd, di nome Demby. Gli aveva appena somministrato un certo numero di sferzate, che Demby, per liberarsi da quell'inferno, balz&ograve; via e corse a tuffarsi in uno stagno, immergendovisi fino alle spalle e rifiutando di uscirne. Mr. Gore l'ammon&igrave; che l'avrebbe richiamato tre volte, salvo sparargli se, alla terza, non fosse tornato a riva. Al primo appello Demby non rispose, e tenne duro. Il secondo e il terzo rimasero egualmente senza effetto. Allora, senza consultarsi o decidere con nessuno, e non lanciando a Demby nessun richiamo supplementare, Mr. Gore alz&ograve; il fucile all'altezza del mento, mir&ograve; alla vittima dritta impalata, e in un battibaleno il povero Demby non era pi&ugrave;. Il suo corpo martoriato spar&igrave; dalla vista, e sangue e brandelli di carne segnarono l'acqua nel posto che l'aveva inghiottito.<br />Un brivido di orrore percorse ogni creatura nella piantagione, salvo il signor Gore. Solo lui pareva freddo e composto. Alla domanda del colonnello Lloyd e del mio ex-padrone, perch&eacute; fosse ricorso a un espediente cos&igrave; eccezionale, la sua risposta (per quanto posso ricordare io) fu che Demby era divenuto intrattabile e dava agli altri schiavi un esempio pericoloso - un esempio che, lasciato passare senza una dimostrazione del genere da parte sua, avrebbe finito per sovvertire l'ordine e la legge in tutta la piantagione. Se uno schiavo si rifiutava di lasciarsi correggere e ne usciva sano e salvo - sostenne - tutti gli altri si sarebbero affrettati a seguirne l'esempio; il che avrebbe avuto per effetto la libert&agrave; degli schiavi e la servit&ugrave; dei bianchi. Fu una difesa convincente: non solo Mr. Gore mantenne la sua carica nella Great House Farm, ma la sua fama di sovrintendente ne varc&ograve; i confini. Il suo spaventoso delitto non fu nemmeno sottoposto ad istruttoria. Era stato commesso in presenza di schiavi, e questi, naturalmente, non potevano n&eacute; intentargli causa, n&eacute; testimoniare a suo carico; cos&igrave; lo scellerato autore dei pi&ugrave; odiosi e crudeli omicidi circola illeso dalla frusta della giustizia, e incensurato dalla comunit&agrave; in cui vive. Quando lasciai la contea di Talbot, nel Maryland, egli abitava in St. Michael's; e se &egrave; ancora vivo probabilmente ci abita tutt'oggi; e se ci abita gode, come a quei tempi, di grande stima e rispetto, quasi che la sua anima malvagia non sia macchiata di sangue fraterno.<br />Dicendo questo, che cio&egrave; nella contea di Talbot, nel Maryland, uccidere uno schiavo, o una persona di colore in genere, non &egrave; considerato un delitto n&eacute; dalla giustizia n&eacute; dalla popolazione, so quel che dico. Il signor Thomas Lanman, a St. Michael's, uccise due schiavi, di cui uno spaccandogli il cranio con un'accetta. Ebbene, egli soleva vantarsi di questo crimine orrendo: l'ho sentito riderne e sostenere, fra l'altro, che di tutta la compagnia il solo benefattore del paese era lui e che, se gli altri si fossero decisi a seguirne l'esempio, ci si sarebbe infine sbarazzati di quei &quot;maledetti <i>niggers</i>&quot; (2).<br />La moglie del signor Giles Hick, che abitava a due passi da dove risiedevo io, uccise la cugina di mia moglie, una ragazza fra i quindici e i sedici anni, infierendo sulla sua persona nel modo pi&ugrave; atroce e spezzandole il naso e lo sterno con un bastone, cosicch&eacute; la poveretta spir&ograve; poche ore dopo. E fu immediatamente seppellita; ma non era nella sua tomba prematura da pi&ugrave; di due o tre ore, che ne fu estratta e esaminata dal <i>coroner</i>, il cui verdetto fu ch'era morta in seguito a violente contusioni. Ebbene, di cos'era colpevole, l'infelice ragazza?<br />La sera del delitto, l'avevano incaricata di sorvegliare il bambino della signora Hick; ma durante la notte si lasci&ograve; vincere dalla stanchezza e quando il bambino pianse, lei, che aveva gi&agrave; perduto diverse notti di sonno, non lo sent&igrave;. Erano tutti e due in una stanza con Mrs. Hick; questa, vedendo che la ragazza era tarda a muoversi, balz&ograve; dal letto, prese dal camino un ceppo di quercia e la colp&igrave; a pi&ugrave; riprese. Non dico che questo spaventoso assassinio non abbia prodotto sensazione, nel vicinato. Produsse sensazione, certo; ma non abbastanza perch&eacute; l'omicida fosse punita. Ci fu un mandato d'arresto, &egrave; vero; ma rimase lettera morta, e cos&igrave; essa evit&ograve; non soltanto la pena, ma anche il fastidio di dover comparire in tribunale.<br />E, gi&agrave; che parlo dei fatti di sangue occorsi durante la mia permanenza nella piantagione, lasciate che ne ricordi brevemente un altro verificatosi suppergi&ugrave; alla stessa epoca dell'uccisione di Demby a opera del signor Gore.<br />Gli schiavi del colonnello Lloyd solevano trascorrere una parte delle loro notti e domeniche pescando ostriche, e cos&igrave; rimediando alle lacune della loro povera mensa. Ora accadde che un vecchio in propriet&agrave; del colonnello, mentre era cos&igrave; occupato, usc&igrave; dai confini della piantagione e penetr&ograve; in quella del signor Beal Bondly. Di quest'infrazione Mr. BondIy s'incoller&igrave; e, preso il fucile, ne scaric&ograve; il mortale contenuto sul povero vecchio. L'indomani si rec&ograve; dal colonnello, non so se per indennizzarlo della perdita di uno schiavo, o per giustificarsi di ci&ograve; che aveva fatto. Comunque, il delitto fu messo rapidamente a tacere; ben poco se ne parl&ograve; nei dintorni, e nulla addirittura se ne fece. Era detto comune, anche fra i ragazzi bianchi, che uccidere un nigger valeva mezzo soldo, e mezzo soldo seppellirlo.</p>
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<p align="left"><font size="3">&nbsp;<b>CAPITOLO QUINTO</b></font></p>
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<p align="left"><br />Quanto a me, nel periodo di soggiorno alla fattoria del colonnello Lloyd, fui trattato in modo molto simile agli altri ragazzi schiavi. Non ero abbastanza grande per poter lavorare nei campi e, poich&eacute; all'infuori di questo v'era ben poco da fare, disponevo di una quantit&agrave; di tempo libero. Al massimo, sull'imbrunire, dovevo ricondurre le mucche nella stalla, o tenere i polli lontano dal giardino, o pulire il cortile davanti alla casa padronale, o sbrigare questa o quella commissione per la figlia del mio padrone, Mrs. Lucretia Auld. Passavo quasi tutte le ore libere aiutando Daniel Lloyd a ritrovare gli uccelli che aveva impallinato: e questi rapporti con Padron Daniel mi tornavano di qualche vantaggio perch&eacute;, essendosi molto affezionato a me, fungeva un po' da mio protettore. Per esempio, non permetteva ai pi&ugrave; grandicelli di molestarmi, e divideva con me i suoi pasticcini.<br />Il padrone raramente mi frustava; se soffrivo di qualcosa, era di fame e freddo. Soffrivo molto la fame, ma il freddo assai pi&ugrave;. Nell'estate pi&ugrave; torrida come nell'inverno pi&ugrave; rigido, andavo in giro seminudo - niente scarpe, niente calze, niente giacca, niente pantaloni; nulla, salvo una camicia di tela ruvida che non mi arrivava oltre le ginocchia. Non avevo un giaciglio, e certo sarei morto intirizzito se, nelle notti pi&ugrave; fredde, non avessi preso l'abitudine di usare di nascosto il sacco che serviva a portare il granturco al mulino, e ficcarmici dentro; l&igrave; dormivo, con la testa e i piedi fuori, sul pavimento di fredda e umida argilla. I miei piedi erano cos&igrave; tagliuzzati dal gelo, che nelle screpolature si sarebbe potuta infilare la penna con la quale scrivo.<br />Pasti veri e propri non ne ricevevamo. Ci si nutriva di farina gialla bollita, il cosiddetto <i>mush</i>. Versato il pastone in un grosso vassoio o in una ciotola, lo si posava sul pavimento; poi si chiamavano i bimbi come tanti porcellini, e come tanti porcellini essi accorrevano a divorare il <i>mush</i>, alcuni servendosi di gusci di ostriche, altri di pezzi di tegola, altri ancora delle mani, nessuno del cucchiaio. Chi divorava pi&ugrave; in fretta riceveva di pi&ugrave;; il pi&ugrave; forte si assicurava il posto migliore; e pochi lasciavano il truogolo sazi.<br />Avevo probabilmente da sette a otto anni, quando lasciai la piantagione del colonnello Lloyd. La lasciai con gioia. Non dimenticher&ograve; mai l'estasi con la quale accolsi la notizia che il mio ex-padrone (Anthony) aveva deciso di mandarmi a Baltimora in casa del signor Hugh Auld (3), fratello del suo genero, capitano Thomas Auld. La notizia mi giunse circa tre giorni prima della partenza; e furono tre dei giorni pi&ugrave; felici che abbia mai conosciuto. Spesi la maggior parte di quei tre giorni nel ruscello lavandomi via le croste di fango della piantagione e preparandomi al distacco.<br />L'orgoglio del bell'aspetto che quel lavacro doveva produrre non era mio personale. Se spesi tutto il tempo a lavarmi, non fu tanto perch&eacute; lo desiderassi, quanto perch&eacute; la signora Lucretia mi aveva detto che a Baltimora, se non mi toglievo dai piedi e dalle ginocchia tutta la pelle morta, non ci sarei potuto andare; perch&eacute; a Baltimora la gente era molto pulita, e avrebbe riso di me se avevo un aspetto sudicio. Inoltre, aveva promesso di regalarmi un paio di calzoni, che non potevo mettere se prima non mi ero tirato a lucido. L'idea di possedere un paio di pantaloni era inebriante! Motivo sufficiente, o quasi, per tirarsi via non solo quella che i porcai chiamerebbero &quot;la rogna&quot;, ma la stessa pelle. E io, lavorando per la prima volta con la speranza di un premio, mi ci misi d'impegno.<br />I legami che di solito uniscono i bambini alla propria casa, nel caso mio non esistevano affatto, e nella partenza non vi fu alcunch&eacute; di patetico. Non era nulla di attraente, la mia casa; per me non era affatto casa mia, e nel lasciarla non potevo sentire di abbandonare qualcosa di cui, se fossi rimasto, avrei goduto. Mia madre era morta: la mia nonna abitava lontanissimo, tanto che la vedevo di rado; avevo due sorelle e un fratello che vivevano con me, &egrave; vero, ma il precoce distacco dalla madre aveva completamente cancellato nella nostra memoria il fatto della nostra parentela. Cercavo una casa altrove, ed ero sicuro di non trovarne alcuna che avrei rimpianto meno di quella che lasciavo. Comunque, se nella mia nuova residenza avessi trovato ad accogliermi privazioni, fame, nudit&agrave; e frusta, almeno avevo la consolazione che, rimanendo, non sarei sfuggito a nessuno di quei flagelli.<br />Avendone avuto pi&ugrave; che un assaggio in casa del mio ex-padrone, avendoli gi&agrave; sofferti sotto il suo tetto, ne deducevo molto naturalmente che sarei stato capace di sopportarli altrove, in specie a Baltimora, perch&eacute; di Baltimora avevo un po' la sensazione espressa dal proverbio: &quot;Meglio impiccato in Inghilterra che morto di morte naturale in Irlanda&quot;. Avevo un desiderio enorme di andarci: desiderio ispiratomi dal cugino Tom - che pure non aveva la lingua sciolta - con la sua eloquente descrizione della citt&agrave;. Alla Great House, io non potevo fargli notare una cosa, per quanto bella o grande, senza che lui ne avesse vista a Baltimora una mille volte superiore per bellezza e imponenza; perfino la Great House, con tutti i suoi quadri, era di gran lunga inferiore a molti edifici di Baltimora. Cos&igrave; vivo era il mio desiderio, che - pensavo - la sua soddisfazione avrebbe compensato tutti i disagi ai quali potesse espormi il cambio. Partii senza rimpianti, e con le speranze pi&ugrave; luminose di felicit&agrave; a venire.<br />Salpammo una mattina di sabato. Ricordo solo il giorno. della settimana, perch&eacute; a quell'epoca non avevo alcuna nozione dei giorni del mese, o dei mesi dell'anno. Nello staccarci da riva mi portai a poppa e diedi alla piantagione del colonnello Lloyd quella che speravo fosse un'ultima occhiata. Poi sedetti a prua, e qui passai il resto del viaggio guardando davanti a me, e interessandomi di ci&ograve; che era di l&agrave; da venire assai pi&ugrave; che di cose vicine, o rimaste alle mie spalle.<br />Giungemmo a Annapolis, la capitale dello Stato, nel pomeriggio; ma poich&eacute; la sosta non dur&ograve; pi&ugrave; di qualche minuto, non ebbi il tempo di scendere a terra. Era la prima grande citt&agrave; che vedevo e, sebbene in confronto a alcuni dei villaggi industriali qui nella Nuova Inghilterra essa sembri piccina, a me parve un posto straordinario per grandezza - pi&ugrave; immensa della stessa Great House Farm!<br />Arrivammo a Baltimora alle prime luci del giorno successivo, gettando l'ancora allo Smith's Wharf, non lungi dal Bowley's Wharf. A bordo avevamo un grosso gregge di pecore e, dopo aver aiutato a spingerle fino al mattatoio del signor Curtis, sulla Louden Slater's Hill, fui condotto da Rich, uno degli uomini della ciurma, alla mia nuova casa in Alliciana Street, presso il cantiere del signor Gardner, a Fells Point.<br />Il signore e la signora Auld erano tutt'e due a casa e mi vennero incontro col loro figlioletto Thomas, alla cui sorveglianza ero destinato; e qui vidi quello che in vita mia non avevo mai visto: un volto bianco che raggiava dei sentimenti pi&ugrave; cordiali; il volto della mia nuova padrona, Sophia Auld. Vorrei poter descrivere il rapimento che alla sua vista inond&ograve; la mia anima. Era uno spettacolo cos&igrave; nuovo, per me, che illumin&ograve; di un raggio di felicit&agrave; il mio cammino. Al piccolo Thomas fu detto che eccolo l&igrave;, il suo Freddy - a me, che dovevo aver cura del piccolo Thomas; e cos&igrave; il primo giorno nella mia nuova casa si apr&igrave; con le prospettive pi&ugrave; liete.<br />Considero la partenza dalla fattoria del colonnello Lloyd uno degli avvenimenti pi&ugrave; importanti della mia vita.<br />&Egrave; possibile, anzi molto probabile, che senza il puro e semplice fatto d'essere trasferito a Baltimora, oggi, invece di starmene seduto a tavolino, godendo della libert&agrave; personale e delle gioie della casa e scrivendo questo racconto dei miei anni verdi, sarei costretto nelle dolenti catene della schiavit&ugrave;. Andare a vivere a Baltimora, e schiudere le porte di una prosperit&agrave; a venire, fu tutt'uno. L'ho sempre ritenuta la prima e chiara manifestazione di quella benefica provvidenza, che in seguito mi ha sempre assistito e coperto di favori. V'era qualcosa di straordinario, per me, nell'essere stato scelto. Quanti altri ragazzi schiavi potevano essere mandati a Baltimora - pi&ugrave; giovani di me, pi&ugrave; vecchi, della stessa et&agrave;! Fra tutti la scelta cadde su di me, e fu la prima, l'ultima e la sola scelta!<br />Mi si potr&agrave; giudicare superstizioso e perfino egoista, se vedo in questo fatto una speciale intercessione della Provvidenza divina. Ma farei torto ai primi sentimenti della mia anima se lo tacessi. Preferisco esser sincero verso me stesso anche a rischio d'incorrere nel sarcasmo altrui, piuttosto che mentire e incorrere nel mio disprezzo. A questo ricordo lontano io ricollego la convinzione, profondamente radicata in me, che la schiavit&ugrave; non sarebbe mai riuscita a tenermi nel suo abbraccio fatale; e nelle ore pi&ugrave; buie della mia carriera di schiavo questa vivente parola di fede, questo affiato di speranza, non mi abbandonarono mai, ma restarono come angeli custodi a guidarmi nelle tenebre. Era un dono di Dio: a lui rendo grazie e omaggio!</p>
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<p align="left"><b><font size="3">CAPITOLO SESTO</font></b></p>
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<p align="left"><br />La mia padrona dimostr&ograve; di essere tutto ci&ograve; ch'era apparsa quando la vidi per la prima volta, - una donna dal cuore pi&ugrave; tenero e dai sentimenti pi&ugrave; belli. Prima di me non aveva mai avuto sotto il suo controllo uno schiavo, e prima di sposarsi si era guadagnata il pane con la sua industriosit&agrave;. Era, di mestiere, una tessitrice, e, grazie ad una costante applicazione al suo lavoro, si era sottratta almeno in parte all'influenza corrosiva e disumanante della schiavit&ugrave;. La sua bont&agrave; mi sbalordiva al punto che non sapevo come comportarmi di fronte a lei. Era completamente diversa da tutte le altre bianche che avevo conosciuto, e io non potevo avvicinarla come ero avvezzo a avvicinare le signore della sua stessa pelle. Tutta l'istruzione ricevuta era, qui, fuori luogo. L'umiliante servilismo che di solito &egrave; una qualit&agrave; bene accetta in uno schiavo, manifestato nei suoi riguardi non trovava risposta: non solo non guadagnava il suo favore, ma sembrava irritarla. Non era impudenza o diseducazione, per lei, che uno schiavo la guardasse in faccia. Di fronte a lei, il pi&ugrave; umile degli schiavi si sentiva a suo agio; nessuno, dopo averla vista, la lasciava senza sentirsi meglio. Il suo volto era fatto di celestiali sorrisi, e la sua voce di musica tranquilla.<br />Ma, ahim&eacute;, questo cuore gentile ebbe poco tempo di rimanere tale. Il funesto veleno del potere irresponsabile l'aveva gi&agrave; nelle sue grinfie, e presto inizi&ograve; la sua diabolica azione. Sotto l'influenza della schiavit&ugrave; quell'occhio sereno non tard&ograve; a tingersi di rabbia, quella voce tutta dolci accordi si mut&ograve; in una voce dalle aspre, orrende dissonanze; quel volto angelico cedette il posto a quello di un demonio.<br />Poco tempo dopo ch'ero andato a vivere in casa Auld essa, molto gentilmente, cominci&ograve; a insegnarmi l'abbic&igrave;. Quando l'ebbi imparato, mi aiut&ograve; insegnandomi a sillabare parole di tre o quattro lettere; ma, proprio a questo punto, il signor Auld scopr&igrave; che cosa era in ballo e, detto fatto, proib&igrave; alla moglie di istruirmi dicendole, fra l'altro, che insegnare a leggere a uno schiavo era non solo pericoloso, ma illecito. Inoltre, per usare le sue parole: &quot;D&agrave; a un negro un pollice, e lui ti prender&agrave; il braccio. Un <i>nigger</i> non dovrebbe saper altro che ubbidire al suo padrone - fare come gli si dice. L'istruzione <i>guasterebbe</i> il miglior negro che esista sulla faccia della terra&quot;.<br />&quot;Ora&quot; continu&ograve; &quot;se tu insegni a leggere a quel <i>nigger</i> (parlando di me), non ci sar&agrave; pi&ugrave; modo di tenerlo. Non riuscir&agrave; mai pi&ugrave; a essere uno schiavo. Di colpo diverr&agrave; intrattabile e privo di valore per il suo padrone; il che non solo non gli far&agrave; alcun bene, ma gli far&agrave; un gran male, lo render&agrave; scontento e infelice.&quot;.<br />Queste parole si incisero profondamente nel mio cuore, vi destarono sentimenti assopiti, chiamarono in vita tutto un nuovo ordine di pensieri. Fu una rivelazione nuova e particolare, che mi spieg&ograve; le cose oscure e misteriose con le quali la mia intelligenza giovanile aveva s&igrave; lottato, ma lottato invano. Capii, allora, quella ch'era stata per me la difficolt&agrave; pi&ugrave; tormentosa - il potere del bianco di asservire il nero. Fu una grande conquista, e io le diedi il giusto peso. Da quel momento, vidi la strada dalla schiavit&ugrave; alla libert&agrave;. Era proprio ci&ograve; che mi occorreva, e mi era dato quando meno l'aspettavo. Se il pensiero di perdere l'aiuto della mia gentile padrona mi attristava, ero felice della lezione inestimabile che, per purissimo caso, avevo ricevuto dal mio padrone.<br />Pur rendendomi conto della difficolt&agrave; di imparare senza la guida di un maestro, mi misi, con grandi speranze e decisione incrollabile, a imparare a leggere, costasse quel che costasse. Lo stesso modo deciso col quale il signor Auld parlava, sforzandosi d'imprimere nella mente di sua moglie le conseguenze funeste del darmi un'istruzione, serv&igrave; a convincermi che conosceva bene il senso delle verit&agrave; che andava proferendo; mi forn&igrave; la miglior garanzia che potevo contare con assoluta fiducia sugli effetti derivanti, secondo lui, dall'insegnarmi a leggere. Ci&ograve; ch'egli pi&ugrave; temeva, quello io desideravo di pi&ugrave;. Ci&ograve; ch'egli pi&ugrave; amava, quello io odiavo di pi&ugrave;. Quello che per lui era un gran male da evitarsi con cura, era per me un gran bene, e da perseguirsi con impegno; l'argomento ch'egli opponeva con tanto calore alla mia istruzione, valeva unicamente a ispirarmi il desiderio e la decisione d'imparare. Devo il fatto di aver imparato a leggere quasi altrettanto all'acre ostilit&agrave; del mio padrone, quanto all'aiuto affettuoso della mia padrona. Siano rese grazie a entrambi.<br />Risiedevo da poco a Baltimora, quando osservai una netta differenza, nel modo di trattare gli schiavi, rispetto a quello di cui ero stato testimone in campagna, Uno schiavo di citt&agrave; &egrave; quasi un libero, paragonato a uno schiavo di piantagione. &Egrave; nutrito e vestito molto meglio, e gode privilegi del tutto sconosciuti all'altro. C'&egrave; un'esile traccia di decenza, un senso di vergogna, che contribuisce a moderare e reprimere gli scoppi di atroce crudelt&agrave; comuni nelle piantagioni. &Egrave; un padrone ridotto a mal partito quello che non teme di ferire l'umanit&agrave; dei suoi vicini non-schiavisti con gli urli del suo schiavo torturato. Pochi sono disposti a attirarsi l'odio che si accompagna alla reputazione di padrone crudele, nessuno vorrebbe correre sulle labbra di tutti come chi non d&agrave; abbastanza da mangiare a uno schiavo. Ogni padrone di citt&agrave; &egrave; ansioso che si sappia di lui che nutre bene i propri negri; e va detto a onor del vero che i pi&ugrave; li nutrono a sufficienza.<br />Questa regola, tuttavia, ha le sue penose eccezioni. Proprio di fronte a noi, in Philpot Street, abitava un certo Thomas Hamilton, che possedeva due schiave di nome Henrietta e Mary. Henrietta aveva circa ventiquattro anni, Mary circa quattordici: e, fra tante che ne ho viste, erano le creature pi&ugrave; logore e emaciate. Doveva avere un cuore pi&ugrave; duro di una pietra, il signor Hamilton, per guardarle senza intenerirsi. La testa, il collo e le spalle di Mary erano letteralmente tagliuzzate: accarezzandole il capo, l'ho spesso sentito coperto di piaghe purulente prodotte dalla frusta della sua crudele padrona. Non so se anche il padrone la fustigasse, ma sono stato testimone oculare della ferocia di Mrs. Hamilton. Mi trovavo quasi tutti i giorni in casa loro: lei se ne stava seduta in una solenne poltrona in mezzo alla stanza con un pesante nerbo di bue sempre vicino, e non passava ora che non fosse segnata dal sangue di una delle piccole schiave. Di rado le povere ragazze le passavano davanti senza che lei dicesse:<br />&quot;E muovetevi, dunque,<i> zingare nere!</i>&quot; e nello stesso tempo le colpiva sulla testa e sulle spalle. E quando il sangue colava:<br />&quot;Prendete questo, <i>zingare nere!</i>&quot; diceva, e proseguiva: &quot;Se non vi muovete, vi faccio correre io!&quot;<br />A parte le frustate alle quali andavano soggette, le povere schiave erano quasi morte di fame: raramente sapevano che cosa volesse dire un pasto completo. Ho visto Mary contendere ai porci i rifiuti gettati nella strada. Era cos&igrave; mal ridotta, che la gente la chiamava pi&ugrave; spesso <i>pecked</i>, cio&egrave; sforacchiata, che col suo vero nome.</p>
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<p align="left"><b><font size="3">CAPITOLO SETTIMO</font></b></p>
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<p align="left"><br />In casa di Padron Hugh vissi sette anni circa; e durante questo periodo riuscii a imparare a leggere e scrivere.<br />Per farlo, dovetti ricorrere a una quantit&agrave; di piccoli stratagemmi. Non avevo nessuno a insegnarmi. La mia padrona, ch'era stata cos&igrave; gentile da fornirmi i primi rudimenti di istruzione, non solo in conformit&agrave; ai consigli e agli ordini del marito, aveva cessato di aiutarmi, ma impediva energicamente che prendessi lezione da chiunque. Devo dire, a onor del vero, che non adott&ograve; immediatamente questa linea di azione. A tutta prima, le mancava il grado di cattiveria indispensabile per chiudermi in una tenebra mentale completa. Doveva fare almeno i primi passi nell'esercizio di un potere assoluto, per sentirsi all'altezza del compito di trattarmi come se fossi una bestia.<br />Come ho gi&agrave; detto, la mia padrona era una donna mite e di cuore tenero; quando andai a vivere in casa sua, nella semplicit&agrave; della sua anima cominci&ograve; a trattarmi come riteneva che un essere umano debba trattare un altro. Iniziando la sua carriera di proprietaria di schiavi, non sembrava capacitarsi che io, di fronte a lei, ero una semplice bestia da soma e che trattarmi come creatura umana era, da parte sua, un passo non soltanto falso, ma addirittura pericoloso. La schiavit&ugrave; si dimostr&ograve; perniciosa per lei come lo era per me.<br />Quando la conobbi per la prima volta, era una donna pia, amorosa, sensibile. Non v'era dolore o sofferenza per i quali non avesse una lacrima. Aveva pane per l'affamato, vestiti per l'ignudo, conforto per ogni afflitto che bussasse alla sua porta. Ben presto, la schiavit&ugrave; riusc&igrave; a spogliarla di queste doti celestiali. Sotto quell'influenza, il suo cuore tenero s'indur&igrave; come una pietra, la sua dolcezza da agnellino cedette il posto a una ferocia da tigre. Il primo passo in questa metamorfosi consistette nel cessare di istruirmi. Cominci&ograve; con l'applicare i precetti del marito; fin&igrave; per superarlo nella violenza della sua opposizione. Pazienza, se si fosse limitata a far bene come le si comandava; sembrava ansiosa di far meglio. Era come se nulla l'irritasse pi&ugrave; che il vedermi con un giornale in mano. Si sarebbe detto che l&igrave; fosse il gran pericolo, per lei. Un giorno mi si lanci&ograve; addosso col volto di una furia, e mi strapp&ograve; il giornale in un modo che trad&igrave; tutta la sua ansia. Era una donna che sapeva il fatto suo; e un po' di esperienza era bastata a dimostrarle, a suo vantaggio, che schiavit&ugrave; e cultura si escludono a vicenda.<br />Da quell'istante, fui sottoposto al controllo pi&ugrave; severo. Se mi trattenevo a lungo in una stanza isolata, potevo esser certo che, sospettandomi di avere un libro per le mani, mi avrebbe chiamato a rendere conto di me stesso. Ma era troppo tardi. Il primo passo era stato compiuto. Insegnandomi l'alfabeto, la mia padrona mi aveva dato il <i>pollice</i>, e nessuna precauzione poteva impedirmi di prenderle il <i>braccio</i>. <br />Il piano che adottai, l'unico che veramente mi riusc&igrave;, fu di stringere amicizia coi bambini bianchi che incontravo per la strada, e di trasformarne il maggior numero in insegnanti. In tal modo, col loro aiuto cortese, ottenuto in tempi e in luoghi diversi, finii coll'imparare a leggere. Quando mi mandavano a fare una commissione, portavo con me un libro e, sbrigando al pi&ugrave; presto le faccende, trovavo modo, prima di rientrare, di prendere lezione. Ero anche solito portare del pane - in casa Auld ce n'era sempre abbastanza e io, sotto quest'aspetto, stavo assai meglio che molti ragazzi bianchi del vicinato - e lo distribuivo ai famelici monelli, che in cambio di questo dono provvidenziale mi davano il ben pi&ugrave; prezioso pane del sapere.<br />Sarei fortemente tentato di fare il nome di due o tre di questi monelli, ad attestazione della gratitudine e dell'affetto che porto loro; ma prudenza vuole che taccia - non che possa fare del male a me, ma creerebbe fastidi a loro, poich&eacute; in questo paese cristiano, insegnare a leggere a uno schiavo &egrave; un'imperdonabile colpa. Dir&ograve; quindi, dei cari ragazzi, soltanto che abitavano in Philpot Street, nelle immediate vicinanze dei cantieri Durgin and Bailey. Eravamo soliti discutere della faccenda della schiavit&ugrave;. A volte, dicevo che avrei voluto esser libero come sarebbero stati loro appena maggiorenni:<br />&quot;Voi sarete liberi, a ventun anni; ma <i>io sono schiavo a vita! </i>Non ho forse lo stesso diritto che avete voi alla libert&agrave;?&quot;<br />Queste parole li turbavano; essi esprimevano la pi&ugrave; viva simpatia per me e mi consolavano con la speranza che succedesse qualcosa per cui, un bel giorno, sarei diventato libero anch'io.<br />Avevo ormai dodici anni circa, e l'idea d'essere <i>schiavo a vita</i> cominciava a pesarmi duramente sul cuore. Fu a quell'epoca, o press'a poco, che mi capit&ograve; fra le mani un libro intitolato <i>The Columbian Orator</i>. Solevo, ogni volta che si presentava l'occasione, leggere questo volumetto, e, fra le altre cose interessanti, vi trovai il dialogo fra un padrone e uno schiavo. Di quest'ultimo, l'autore immaginava che fosse scappato tre volte dal padrone, e il dialogo voleva essere la riproduzione delle parole scambiate fra i due quando lo schiavo fu acciuffato per la terza volta. Il padrone svolgeva punto per punto tutti gli argomenti a favore della schiavit&ugrave;, e, punto per punto, lo schiavo li demoliva. L'autore gli metteva in bocca, come risposta allo schiavista, certe cose acute e commoventi che avevano l'effetto desiderato, sebbene inatteso, di provocare al termine dell'incontro la volontaria emancipazione dello schiavo da parte del suo aguzzino.<br />Grazie allo stesso libro, feci conoscenza coi poderosi discorsi di Sheridan in merito e a favore dell'emancipazione dei cattolici. Essi furono per me documenti capitali. Li leggevo e rileggevo con interesse sempre vivo: essi davano voce a pensieri che, sebbene gi&agrave; balenati occasionalmente alla mia anima, erano avvizziti per mancanza di espressione. La morale che trassi dal dialogo di cui sopra fu il potere della verit&agrave; sulla coscienza perfino di un proprietario di schiavi; in Sheridan (4), lessi una coraggiosa denunzia della servit&ugrave;, ed una potente affermazione e difesa dei diritti dell'uomo. Ma la lettura di queste pagine, se, permettendomi di tradurre in parole le mie idee, e di ribattere agli argomenti avanzati a sostegno della schiavit&ugrave;, mi sollevava da una difficolt&agrave; grave, me ne creava tuttavia una ancor pi&ugrave; grossa di quella che mi aiutava a superare. Pi&ugrave; leggevo, pi&ugrave; ero spinto ad aborrire e detestare i miei carcerieri. Non potevo vederli sotto altra luce che quella di predoni che, lasciata la patria, si erano trasferiti con successo in Africa per rapirci dalle nostre case, e ridurre in catene un popolo straniero. Li odiavo come gli uomini insieme pi&ugrave; vili e pi&ugrave; malvagi. Ed ecco, mentre leggevo e meditavo su questo problema, assalirmi lo scontento che Padron Hugh aveva predetto sarebbe stato il frutto della mia istruzione; e tormentarmi l'anima, e riempirla di un'angoscia inesprimibile.<br />A volte, dibattendomi nella sua stretta, mi chiedevo se l'aver imparato a leggere non fosse stata una condanna pi&ugrave; che una fortuna. Mi aveva dato il senso della mia disgrazia, &egrave; vero, ma senza fornirmene il rimedio. Mi aveva aperto gli occhi sulla profondit&agrave; dell'abisso, ma senza darmi una scala per uscirne. In certi attimi di angoscia, invidiavo la cecit&agrave; dei miei compagni di schiavit&ugrave;. Avrei voluto essere una bestia come loro. Preferivo alla mia condizione quella del rettile pi&ugrave; miserabile che strisci sulla terra. Qualunque cosa, non importa quale, pur di liberarsi dal pensiero! Ci&ograve; che mi torturava era il continuo rimuginare sul mio stato. Ma come uscirne? Mi era imposto da ogni cosa sentita o vista, animata o inanimata. La tromba d'argento della libert&agrave; aveva destato la mia anima a una veglia eterna. La libert&agrave; mi era apparsa per non scomparire mai pi&ugrave;: la sentivo in ogni suono, la vedevo in ogni oggetto. Era sempre l&igrave; a tormentarmi col senso della mia condizione umiliante. Non vedevo nulla senza vedere lei, non udivo nulla senza udire lei, non percepivo nulla senza percepire lei. Mi guardava da ogni stella, sorrideva in ogni sprazzo di sereno, alitava in ogni vento, urlava in ogni tempesta.<br />Spesso mi trovavo a rimpiangere d'essere vivo, a desiderare la morte: e non dubito che, non fosse stato per la speranza di liberarmi, mi sarei ucciso, o avrei fatto qualcosa per rimanere ucciso. Quando ero in questo stato d'animo, ardevo di sentire gli altri parlare della schiavit&ugrave;: ero un ascoltatore vigile e pronto. Ogni tanto, mi giungeva all'orecchio il vocabolo &quot;abolizionisti&quot;. Ma ce ne volle prima che scoprissi che cosa significava, questa parola! Era sempre usata in contesti che me la rendevano interessante: se uno schiavo prendeva la fuga e ne usciva sano e salvo, o uccideva il padrone, o incendiava un fienile, o faceva qualcosa che alla mente dello schiavista sembrava brutta, se ne parlava come di un effetto dell'<i>abolizione</i> (5). E, sentendola cos&igrave; di frequente in simili contesti, decisi di scoprire che cosa diavolo significasse. Il dizionario mi diede poco o nessun aiuto. Vi si leggeva ch'era l'&quot;atto di abolire&quot;, ma io, che cosa fosse che si trattava di abolire, non sapevo, n&eacute; mi era facile venirne a capo dato che non osavo chiedere a altri il significato di una cosa di cui ero convinto che si desiderava conoscessi il meno possibile. Dopo un'attesa paziente, mi capit&ograve; uno dei nostri giornali cittadini, che conteneva un riassunto delle diverse petizioni nordiste invocanti l'abolizione della schiavit&ugrave; nel Distretto di Columbia e del traffico di schiavi fra gli Stati. Da allora capii i termini <i>abolizione</i> e <i>abolizionisti</i>, e quando li sentivo pronunciare mi facevo sotto, sperando di apprendere qualcosa d'importante, sia per me che per i miei compagni di destino.<br />La luce, in me, si fece per gradi. Un giorno, ero sceso al molo di Mr. Waters e, vedendo due irlandesi che scaricavano una chiatta, andai, non richiesto, ad aiutarli. Quando ebbi finito, uno di loro venne a informarsi se ero uno schiavo. Risposi che lo ero. &quot;Sei schiavo a vita?&quot; mi domand&ograve;. Risposi che lo ero. Il buon irlandese ne parve profondamente sconvolto: disse all'altro che era un'infamia che un ragazzo cos&igrave; in gamba fosse schiavo a vita; gli disse che tenermi era una vergogna. Entrambi mi consigliarono di fuggire nel Nord, dove avrei trovato degli amici e sarei stato libero. Io finsi di non interessarmi di quello che dicevano, e li trattai come se non li comprendessi, perch&eacute; temevo che potessero ingannarmi. Si sapeva che certi bianchi incoraggiavano gli schiavi a tagliare la corda; poi, per incassare la taglia, li riacciuffavano e li consegnavano ai padroni; e avevo una gran paura che quei due tipi, apparentemente di buon cuore, volessero fare altrettanto con me. Tuttavia ne ricordai il consiglio, e da allora decisi di fuggire. Sognavo il giorno in cui ci sarei riuscito. Certo, ero troppo giovane per credere di poterlo fare cos&igrave; di punto in bianco, tanto pi&ugrave; che desideravo imparare a scrivere per l'eventualit&agrave; che dovessi compilare un passaporto; ma mi consolavo con la speranza che, un giorno o l'altro, mentre imparavo a usare la penna, l'occasione buona sarebbe venuta.<br />L'idea del modo di imparare a scrivere mi fu suggerita dalla circostanza di trovarmi nel cantiere Durgin &amp; Bailey, e di vedere come i carpentieri, segato un pezzo di legno e preparatolo per l'uso, gli scrivessero sopra il nome della parte della nave cui era destinato. Se un pezzo di legno doveva andare a babordo, lo segnavano &quot;B&quot;. Se a tribordo &quot;T&quot;. Se a babordo avanti &quot;B.A.&quot;. Se a tribordo avanti &quot;T.A.&quot;. Se a babordo dietro &quot;B.D.&quot;. Se a tribordo dietro &quot;T.D.&quot;. Io mi affrettai a imparare i nomi di queste lettere, e lo scopo per cui le applicavano su un pezzo di legno. Poi presi a copiarle, e in breve riuscii a scriverle. Dopo di che, incontrando un ragazzo che, a quanto mi risultava, sapeva scrivere, gli dicevo che sapevo scrivere tanto quanto lui. La frase immediatamente successiva era: - Non ci credo. Fammi vedere se sei buono! - E io scrivevo le quattro lettere che ero stato cos&igrave; fortunato da imparare, e lo sfidavo a battermi.<br />Cos&igrave; presi tante e tante lezioni che molto probabilmente non avrei mai ricevuto in altro modo. In tutto quel periodo, mio quaderno di scuola furono le staccionate, i muri di cinta, il marciapiede; mia penna e inchiostro, un pezzo di gesso. Cos&igrave;, prevalentemente, imparai a scrivere. Poi cominciai (e non smisi) a copiare i caratteri corsivi del Sillabario del Webster, sinch&eacute; non fui in grado di riprodurli tutti senza guardare il modello. Nel frattempo, Padroncino Thomas aveva imparato a scrivere, e aveva riempito una dozzina di quaderni che portava a casa, mostrava ad alcuni nostri vicini, poi metteva da parte. Ora, la mia padrona soleva recarsi alla scuola di Wilk Street per una riunione tra genitori e insegnanti ogni luned&igrave; pomeriggio, e lasciarmi a guardia della casa. Rimasto cos&igrave; solo, passavo quel tempo a scrivere negli spazi vuoti del quaderno di Padroncino Thomas, e a copiare ci&ograve; che aveva scritto lui; e non cessai di farlo prima di aver preso una mano molto simile alla sua. Cos&igrave;, finalmente, dopo un lungo e tedioso sforzo di anni, imparai a scrivere...</p>
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<p align="left">&nbsp;<b><font size="3">CAPITOLO OTTAVO</font></b></p>
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<p align="left"><br />Poco tempo dopo essere stato mandato a Baltimora, il figlio minore del mio padrone, Richard, mor&igrave;; e nel giro di tre anni e sei mesi da questa morte anche il padre, Capitan Anthony, spir&ograve; lasciando a dividersi il patrimonio il figlio Andrew e la figlia Lucretia. Mor&igrave; mentre era in visita da sua figlia a Hillsborough, e cos&igrave; inopinatamente rapito non lasci&ograve; nessuna disposizione testamentaria in merito alle sue propriet&agrave;. S'impose quindi una loro stima, in modo che si potesse dividerle equamente fra Mrs. Lucretia e Padron Andrew; e io dovetti recarmi alla piantagione per essere valutato insieme con tutto il resto.<br />Una volta di pi&ugrave;, il mio odio della schiavit&ugrave; avvamp&ograve;. Mi ero fatto un concetto ben diverso e preciso, nel frattempo, dell'abiezione del mio stato. Se prima avevo finito col divenire, se non del tutto, almeno in parte insensibile al mio destino, ora lasciavo Baltimora con un cuore giovane gonfio di tristezza e un'anima traboccante di apprensioni. Salii a bordo del &quot;Gatto selvatico&quot;, il battello di Capitan Rowe; e dopo ventiquattro ore di navigazione mi ritrovai presso il luogo della mia nascita. Ne ero assente da poco meno di un quinquennio, o da un quinquennio esatto; ma me lo ricordavo benissimo. Avevo solo cinque anni, quando l'avevo lasciato per andare a vivere col mio padrone nella fattoria-madre del colonnello Lloyd; dunque, ora ne avevo fra i dieci e gli undici.<br />Per stimarci, ci misero tutti in gruppo: uomini e donne, vecchi e giovani, maritati e scapoli, insieme coi cavalli, le pecore e i maiali. Cavalli e uomini, vacche e donne, porci e bambini, occupavamo tutti lo stesso posto nella gerarchia dell'esistenza, e dovevamo tutti sottostare allo stesso esame minuzioso: vecchi dai capelli bianchi e giovani pieni di vita, ragazze e matrone, dovevano subire lo stesso controllo indelicato. Allora pi&ugrave; che mai vidi con chiarezza quale abbrutimento generi la schiavit&ugrave; tanto in chi la subisce, quanto in chi la esercita.<br />Alla stima segu&igrave; la divisione. Non ho parole per esprimere lo stato di tensione e di profonda ansiet&agrave; che, in tutto questo periodo, regn&ograve; fra noi poveri schiavi. Il destino di tutta la nostra vita stava per essere deciso; e in questa decisione, noi non avevamo pi&ugrave; voce che le bestie alle quali eravamo accomunati. Una parola dei bianchi era sufficiente - contro ogni nostro desiderio, preghiera o invocazione - per dividerci in eterno dagli amici pi&ugrave; cari, dai pi&ugrave; diletti congiunti, dai pi&ugrave; forti legami che l'uomo conosca. Oltre alla pena dell'addio, v'era il folle terrore di capitare in mano a Padron Andrew, noto a noi tutti come uno scellerato, un ribaldo, un ubriacone, che con la sua condotta irregolare e la sua dissolutezza senza freni aveva gi&agrave; consumato una gran parte delle propriet&agrave; paterne. Tutti sentivamo che passare sotto di lui e essere immediatamente venduti a mercanti georgiani era la stessa cosa; perch&eacute; sapevamo che tale sarebbe stata la nostra inevitabile condizione - una condizione che ci riempiva del massimo orrore e sgomento.<br />Io provavo un'ansia pi&ugrave; viva che la maggioranza dei miei fratelli in schiavit&ugrave;. Avevo conosciuto che cosa significhi esser trattati umanamente; essi no. Poco o nulla del mondo essi avevano visto. Erano, nel pieno senso della parola, uomini e donne di pena, e abituati a soffrire. Le loro schiene avevano preso una tale familiarit&agrave; con lo scudiscio, che si erano incallite; la mia era ancora tenera, poich&eacute; a Baltimora non mi si frustava quasi mai; pochi schiavi potevano vantare un padrone e una padrona miti come i miei; e l'idea di passare dalle loro mani in quelle di Padron Andrew - un uomo che solo pochi giorni prima, per dare un saggio del suo temperamento sanguinario, aveva preso il mio fratellino per la gola, l'aveva buttato a terra, e gli aveva pestato la testa col tacco dello stivale finch&eacute; il sangue gli era uscito a fiotti dal naso e dalle orecchie - era fatta apposta per rendermi ansioso circa il mio destino. In realt&agrave;, dopo aver selvaggiamente infierito su mio fratello, egli si era rivolto a me per dirmi che era quello il modo in cui intendeva gratificarmi uno dei prossimi giorni - cio&egrave;, immagino, non appena fossi stato in suo possesso. Grazie a una misericordiosa Provvidenza, toccai alla signora Lucretia e fui immediatamente rispedito a Baltimora per continuare a vivere in casa di Padron Hugh. La loro gioia al mio ritorno fu pari al dolore che avevano provato alla mia partenza. Fu una giornata radiosa, per me. Ero sfuggito a qualcosa di peggio che alle fauci di un leone. Fra stima e divisione, ero stato assente da Baltimora circa un mese, e mi parevano sei.<br />Subito dopo il ritorno a Baltimora, la mia padrona Lucretia mor&igrave; lasciando il marito e una sola figlia, Amanda; e, pochissimo tempo dopo, mor&igrave; anche Padron Andrew. Ora tutta la propriet&agrave; del mio ex-padrone, schiavi compresi, era in mano a estranei che non avevano fatto nulla per accumularla. Nessuno schiavo fu lasciato libero: tutti, dal pi&ugrave; giovane al pi&ugrave; vecchio, rimasero schiavi. Se mai, fra le innumerevoli cose che avevo provato, una acu&igrave; la mia convinzione della natura infernale della schiavit&ugrave;, e mi riemp&igrave; di un odio invincibile verso i proprietari di schiavi, fu la loro vile ingratitudine per la mia povera nonna. Essa aveva servito fedelmente il mio ex-padrone dalla giovinezza fino alla tarda et&agrave;. Era stata la sorgente di tutta la sua ricchezza; aveva popolato di schiavi la sua piantagione; era divenuta bisnonna al suo servizio. L'aveva cullato da piccolo, aveva vegliato su di lui ragazzo, l'aveva servito da grande, alla sua morte gli aveva asciugato la fronte gelida, e chiuso per sempre le palpebre. E tuttavia fu lasciata schiava - schiava a vita - schiava in mano a estranei; e nelle loro mani vide i figli, i nipoti e i pronipoti, divisi come tante pecore, senza poter dire una parola, una parola sola, sul loro e il proprio destino.<br />E, per coronare il vertice della loro bassa ingratitudine e della loro folle barbarie, questa donna carica d'anni, ch'era sopravvissuta all'ex-padrone e a tutti i suoi figli, che aveva visto il principio e la fine di tutti loro, ma che agli occhi dei nuovi proprietari non valeva pi&ugrave; di un soldo, il corpo straziato dalle sofferenze di una vecchiaia estrema, le membra gi&agrave; cos&igrave; attive a poco a poco irrigidite dalla strisciante paralisi, fu portata nel bosco, le si costru&igrave; una piccola capanna, le si prepar&ograve; un caminetto di fango, e la si costrinse a far buon viso al privilegio di badare a se stessa nella pi&ugrave; completa solitudine - cos&igrave;, virtualmente condannandola a morire! Se la mia povera e vecchia nonna vive ancora, vive per soffrire in un estremo abbandono; vive per ricordare e piangere la perdita di figli, la perdita di nipoti, la perdita di pronipoti. Nel linguaggio del poeta degli schiavi, Whittier, essi sono: </p>
<p align="left"><font size="-1">Andati, andati - venduti e andati<br />nell'umida, solitaria risaia,<br />ove guizza la frusta degli schiavi,<br />ove punge l'insetto rumoroso,<br />ove il demone della febbre diffonde<br />veleno al cader della guazza,<br />ove il sole dardeggia malsano<br />per entro il pulviscolo ardente,<br />andati, andati - venduti e andati<br />nell'umida, solitaria risaia,<br />di Virginia dai colli e dai fiumi -<br />ahi, misera me, o figli a me rapiti!</font> <font size="-1">(6)</font></p>
<p align="left">Il focolare &egrave; deserto. I bimbi, gli ignari bimbi, che un giorno cantavano e ballavano in sua presenza, sono scomparsi. Nel buio degli anni, ella annaspa in cerca di un bicchiere d'acqua. Non le voci dei suoi piccoli sente; ma il lamento della tortora di giorno, l'urlo dell'orribile civetta di notte. Tutto &egrave; tenebra. La tomba &egrave; l&igrave;, alla soglia della capanna. Ed ora ch'ella &egrave; piegata dalle sofferenze e dai crucci dell'et&agrave;, che la testa le si inclina verso i piedi, che le due estremit&agrave; dell'arco della vita si toccano, e l'inerme infanzia e la vecchiaia dolente s'incontrano; proprio ora, nell'epoca pi&ugrave; bisognosa di aiuto, l'epoca per l'esercizio di quella tenerezza e quell'amore che solo i figli possono dedicare a chi diede loro la vita e adesso la perde, la mia povera vecchia nonna, madre devota di dodici figli, &egrave; lasciata completamente sola, laggi&ugrave; nella sua capanna, davanti a pochi, pallidi tizzoni. Si alza - si siede - barcolla - cade - geme - muore - e non v'&egrave; nessuno dei suoi figli e nipoti a tergerle la fronte rugosa dal freddo sudore della morte, o a deporre sotto la verde zolla le sue spoglie. Punir&agrave; un Dio giusto queste infamie?<br />Circa due anni dopo la morte di Mrs. Lucretia, Padron Thomas contrasse un secondo matrimonio. La sposa si chiamava Rowena Hamilton ed era la figlia maggiore di Mr. William Hamilton. Ora il padrone viveva in St. Michael's. Non molto dopo il suo matrimonio, fra lui e Padron Hugh nacquero dissapori; e per punire il fratello, mi volle con s&eacute; nella sua casa. Fu un secondo, penoso distacco, non per&ograve; cos&igrave; duro come quello che avevo temuto ai tempi della divisione della propriet&agrave;; perch&eacute;, nell'intervallo, una profonda metamorfosi si era compiuta in Padron Hugh e nella sua gi&agrave; buona e affettuosa consorte. L'influenza dell'acquavite su di lui, e della schiavit&ugrave; su di lei, aveva prodotto un cambiamento disastroso nel carattere di entrambi, cosicch&eacute;, per quel che mi concerneva, pensavo che nel cambio avevo ben poco da perdere. Ma non a loro mi sentivo legato. Era per quei ragazzini di Baltimora che provavo l'affetto pi&ugrave; vivo. Ne avevo ricevuto e continuavo a riceverne utili lezioni, e il pensiero di lasciarli mi stringeva il cuore. Inoltre partivo senza la speranza che mi si permettesse pi&ugrave; di tornare. Padron Thomas aveva detto che non mi avrebbe mai pi&ugrave; lasciato riprendere la via di Baltimora. La barriera fra lui e il fratello era, nel suo pensiero, invalicabile. Mi pentii, allora, di non aver fatto almeno il tentativo di mettere in pratica la decisione di fuggire; poich&eacute; le probabilit&agrave; di successo sono dieci volte maggiori dalla citt&agrave; che dalla campagna.<br />Salpai da Baltimora per St. Michael's a bordo del battello Amanda del capitano Edward Dodson. Lungo la traversata, osservai con particolare cura la via d'acqua che i vaporetti prendevano puntando verso Filadelfia. E notai che, invece di discendere, raggiunto il North Point risalivano la baia in direzione nord-est: conoscenza che mi parve della massima importanza, la mia decisione di fuggire si ravviv&ograve;. Avrei aspettato che una favorevole occasione si offrisse; quando si fosse presentata, ero deciso ad afferrarla.</p>
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<p align="left"><b>CAPITOLO NONO</b></p>
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<p align="left"><br />Ho cos&igrave; raggiunto un periodo della mia vita, in cui posso fornire date. Lasciai Baltimora per andare a vivere in casa di Padron Thomas Auld, a St. Michael's, nel marzo 1832. Erano ormai pi&ugrave; di sette anni che non abitavo sulla piantagione del colonnello Lloyd; ed &egrave; naturale che nell'intervallo io e Padron Thomas fossimo divenuti quasi completamente estranei. Per me, egli era un nuovo padrone; io, per lui, un nuovo schiavo. Se io non conoscevo il suo carattere e il suo temperamento, altrettanto egli ignorava i miei. Ma bast&ograve; un tempo molto breve perch&eacute; ci conoscessimo a fondo.<br />Non meno che con lui, feci conoscenza con sua moglie. Erano ben accompagnati, non t'&egrave; che dire, tanto si eguagliavano in crudelt&agrave; e bassezza. Per la prima volta nello spazio di oltre sette anni, mi tocc&ograve; di sentire il terribile morso della fame - qualcosa che, da quando avevo lasciato la piantagione, era uscita dal raggio della mia esperienza. E, se quel morso mi era stato duro quando non potevo, guardandomi indietro, ricordare un periodo nel quale avessi ricevuto di che saziarmi veramente, lo era dieci volte di pi&ugrave; adesso che avevo vissuto nella famiglia di Padron Hugh, dove avevo sempre cibo a sufficienza, e di quello buono.<br />Ho gi&agrave; detto che Padron Thomas era un uomo spregevole. E come lo era! Non dare abbastanza da mangiare a uno schiavo, anche fra negrieri &egrave; ritenuto il grado estremo della bassezza. La regola &egrave; che il cibo sia pur scadente; ma almeno ce ne sia abbastanza per sfamarsi. &Egrave; questa la teoria e, nella parte del Maryland dalla quale provengo, la pratica generale - sebbene con molte eccezioni. Ma Padron Thomas non ci dava abbastanza n&eacute; di cibo scadente n&eacute; di cibo buono. V'erano quattro schiavi, in cucina - mia sorella Elisa, mia zia Priscilla, Henny e io; e ricevevamo meno di quattro galloni di farina gialla la settimana e ben poco d'altro, sia carne o verdura. Non avendone abbastanza per campare, eravamo ridotti alla turpe necessit&agrave; di vivere alle spalle dei vicini, e lo facevamo sia mendicando che rubando, secondo chi ci veniva a tiro in tempo di bisogno - l'una soluzione essendo ritenuta non meno legittima dell'altra. Ci capitava, povere creature, di morire quasi di fame nel momento stesso in cui cibo in abbondanza marciva nelle dispense e in cantina, e la nostra pia padrona lo sapeva benissimo; tuttavia, lei e suo marito s'inginocchiavano ogni mattino a pregare Iddio che gli facesse grazia di una tavola sempre imbandita!<br />Per quanto malvagi siano i proprietari di schiavi, &egrave; raro trovarne uno privo di tutti gli elementi di carattere che impongono rispetto. Il mio padrone apparteneva a questa specie rara. Non mi risulta di un solo atto nobile da lui compiuto. Il tratto dominante della sua personalit&agrave; era la bassezza; e se qualcos'altro esisteva, andava subordinato a quello. Era un bruto e non aveva neppure l'abilit&agrave; di nasconderlo, come la maggioranza dei suoi simili. Capitan Auld non era nato proprietario di schiavi. Era stato povero, padrone soltanto di un piccolo battello. Se possedeva degli schiavi, li possedeva per via di matrimonio; e i proprietari adottivi sono fra tutti i peggiori. <br />Era crudele, ma codardo. Comandava, ma senza fermezza. Nell'imporre le sue norme, era a volte rigido, a volte fiacco. Un giorno parlava agli schiavi con l'energia di un Napoleone e la furia di un demonio; un altro, lo si poteva scambiare per un esploratore che avesse perso la strada. Sarebbe potuto passare per un leone, salvo per le sue orecchie. In tutto ci&ograve; che di &quot;nobile&quot; tentava, brillava come un sole la sua bassezza. Non c'era nulla di spontaneo in lui. Le sue arie, le sue parole, le sue azioni, erano le arie, le parole, le azioni di un proprietario di schiavi nato, ed essendo artefatte erano piuttosto goffe. Non era nemmeno un buon imitatore.<br />Non disponendo di risorse personali, doveva copiare gli altri; quindi era vittima di continue incoerenze, che spiegavano anche il disprezzo di cui era circondato fra gli schiavi.<br />Il lusso di possedere degli schiavi era per lui qualcosa di nuovo, d'imprevisto. Li possedeva senza la capacit&agrave; di mantenerli. Non sapeva piegarli n&eacute; con la forza, n&eacute; col terrore, n&eacute; con l'inganno. Di rado lo chiamavamo &quot;Padrone&quot;; in genere preferivamo chiamarlo &quot;Capitan Auld&quot; - quando non tralasciavamo addirittura il titolo (come facevamo spesso e volentieri) - e senza dubbio quest'atteggiamento contribuiva a farlo apparire impacciato e, di conseguenza, ombroso. Certo, la nostra irriverenza deve averlo reso particolarmente inquieto. Avrebbe voluto che lo chiamassimo &quot;padrone&quot;, ma non aveva la forza di imporcelo, e invano sua moglie insisteva che gli si ubbidisse.<br />Nell'agosto del 1832, accadde al capitano Auld di assistere a una riunione metodista tenuta nella contea di Talbot, sulle rive della Baia, e di esservi toccato dalla religione. Io, a tutta prima, nutrivo una vaga speranza che, convertendosi, egli fosse indotto a emancipare gli schiavi o, se non altro, a essere pi&ugrave; umano e generoso nei loro confronti; ma fui deluso nella prima come nella seconda aspettativa, perch&eacute; la conversione n&eacute; lo rese pi&ugrave; gentile con gli schiavi, n&eacute; lo spinse a emanciparli. Se mai ebbe un effetto sul suo carattere, fu anzi quello di rendere pi&ugrave; crudeli e spietate tutte le sue maniere, giacch&eacute;, per quel che mi risulta, divenne, non che migliore, peggiore di prima.<br />In passato egli cercava nella sua efferatezza uno scudo protettivo e un sostegno alla selvaggia barbarie dei suoi modi; poi trov&ograve; una sanzione e un appoggio religioso alla sua crudelt&agrave; di negriero. Faceva un grande sfoggio di piet&agrave;; la sua casa divenne la casa della preghiera. Vi si pregava di mattina, di mezzogiorno, di sera, ben presto il mio padrone si distinse fra i suoi confratelli, e divenne &quot;capoclasse&quot; (7) e &quot;esortatore&quot;. La sua attivit&agrave; revivalistica era intensa; e grande l'aiuto da lui fornito alla Chiesa nel convertire il maggior numero possibile di anime.<br />La sua casa divenne il luogo di convegno dei predicatori, che vi bazzicavano con molto piacere perch&eacute; Padron Thomas, se lasciava crepare di fame noi, rimpinzava loro. Ospitavamo da tre a quattro predicatori per volta: fra quelli che, quando c'ero io, venivano pi&ugrave; frequentemente, ricordo i signori Storks, Ewery, Humphry e Hickey, ma v'era anche Mr. George Cookman.<br />A quest'ultimo noi schiavi volevamo particolarmente bene, perch&eacute; lo ritenevamo una brava persona, eravamo convinti che solo grazie a lui il signor Samuel Harrison, uno dei pi&ugrave; ricchi proprietari, avesse emancipato i suoi schiavi e, non so come, avevamo l'impressione che si agitasse per liberarli tutti. Quando capitava in casa nostra, potevamo essere sicuri che ci avrebbero convocati a pregare tutti insieme, mentre, nel caso d'altri, ci&ograve; accadeva alcune volte, e non altre. Inoltre, il signor Cookman mostrava interesse per noi pi&ugrave; di qualunque altro ministro della fede; e non ci avvicinava mai senza tradire una simpatia che, per quanto tardi di comprendonio, noi avevamo la sagacia di intuire.<br />Durante la mia permanenza in casa del mio padrone a St. Michael's, un giovane bianco, certo Wilson, propose di tenere una scuola domenicale per l'istruzione degli schiavi disposti a imparare a leggere il Nuovo Testamento. Ma le riunioni non durarono pi&ugrave; di tre volte, perch&eacute; alla quarta i signori West e Fairbanks, due capiclasse, col loro seguito, ci aggredirono a suon di bastoni e altri arnesi, ci cacciarono fuori, e ci proibirono di radunarci mai pi&ugrave;. Cos&igrave; ebbe termine la nostra &quot;scuoletta della Domenica&quot; nella pia cittadina di St. Michael's.<br />Ho gi&agrave; detto che il padrone aveva trovato una legittimazione religiosa alla sua barbarie. A titolo di esempio, riferir&ograve; uno dei molti fatti che lo dimostrano. L'ho visto io legare una giovane storpia, e frustarla sulle spalle nude con un pesante scudiscio, da fame uscire fiotti di caldo sangue rosso; l'ho sentito io addurre a giustificazione del suo operato un passo delle Scritture cos&igrave; formulato: &quot;Chi conosce la volont&agrave; del padrone e non la esegue, sia punito con numerosi colpi di frusta&quot;.<br />Padron Thomas era capace di tenere la giovane martoriata in questa orribile posizione per quattro o cinque ore di fila. So per certo che la legava di primo mattino, le impartiva una dose di nerbate prima di colazione, la lasciava per andare al lavoro, tornava all'ora di pranzo e riprendeva a frustarla colpendola nei punti gi&agrave; tumefatti dallo scudiscio. Il segreto della sua crudelt&agrave; verso &quot;Henny&quot; risiede nel fatto che essa era quasi del tutto inabile al lavoro. Da piccola, era caduta nel fuoco e si era orribilmente ustionata. Le sue mani si erano ridotte in uno stato per cui non servivano pi&ugrave; a nulla, salvo a portare grossi pesi. Henny rappresentava, quindi, una perdita netta per il padrone, e nella meschinit&agrave; della sua anima egli vedeva in lei un affronto continuo. Non sembrava desideroso che di sbarazzarsi per sempre della povera ragazza. Prima la cedette a sua sorella; poi, siccome questa non era disposta a tenersi un cos&igrave; misero regalo, il mio nobile padrone fin&igrave;, per dirla con le sue parole, per &quot;abbandonarla alla deriva, che se la sbrigasse da s&eacute;&quot;. Ecco un uomo convertitosi di fresco, che da un lato si aggrappa alla madre, e dall'altro condanna a morte per inedia la figlia paralitica! Padron Thomas era di quei proprietari devoti, che tengono gli uomini di colore al solo e altamente caritatevole fine di averne cura...<br />Io e lui eravamo continuamente ai ferri corti. Mi trovava inadatto ai suoi scopi: la vita di citt&agrave;, diceva, aveva avuto su di me un effetto molto pernicioso, guastandomi o quasi per ogni buon fine e predisponendomi a ogni malanno. Uno dei miei peccati capitali era di lasciare fuggire il suo cavallo in modo che riparasse nella fattoria del suo suocero, a circa cinque miglia da St. Michael's, e poi corrergli dietro. La ragione di questa incuria, o forse eccesso di cure da parte mia, era che laggi&ugrave; trovavo di che saziarmi, poich&eacute; Padron William Hamilton, suocero del mio padrone, dava sempre da mangiare a sufficienza ai suoi schiavi, e io, per urgente che fosse il mio ritorno, non ne tornavo mai a pancia vuota.<br />Infine, Padron Thomas disse che di me ne aveva abbastanza. Avevo vissuto con lui nove mesi, durante i quali mi aveva somministrato senza costrutto un certo numero di frustate solenni; decise quindi di cedermi ad altri perch&eacute;, come diceva lui, mi mettessero la testa a partito, affittandomi per un anno a un certo Edward Covey. Questi era un povero diavolo di affittuario, che noleggiava sia la terra sulla quale viveva, sia le braccia con le quali la coltivava, ma si era fatta una grande nomea come &quot;domatore&quot; di schiavi, e questa nomea gli era d'immenso vantaggio. Essa gli consentiva di far lavorare i suoi fondi con una spesa molto minore che se quella fama non l'avesse accompagnato; perch&eacute; certi proprietari pensavano che affidargli per un anno, senza altro compenso, i loro schiavi al puro scopo di sottoporli a una cos&igrave; efficace disciplina non fosse una perdita eccessiva; e proprio grazie alla sua reputazione egli poteva arruolare senza difficolt&agrave; giovani braccianti. Ma, a parte le sue buone qualit&agrave; naturali, Mr. Covey era uno che professava la religione - un'anima pia - un membro e capoclasse della Chiesa metodista, e tutto ci&ograve; dava peso alla sua rinomanza di &quot;domatore&quot; di schiavi.<br />Questi fatti mi erano noti, uno per uno, avendone sentito parlare da un giovane che li conosceva per esperienza diretta; tuttavia, accolsi con gioia il cambio perch&eacute; ero sicuro di trovare abbastanza da mangiare, il che non &egrave; la minore delle considerazioni, per un affamato.</p>
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<p align="left"><b>CAPITOLO DECIMO </b></p>
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<p align="left">Lasciai la casa di Padron Thomas, e mi trasferii in quella di Mr. Covey, il 1&deg; gennaio 1833. Per la prima volta in vita mia, ero un lavoratore dei campi, e in tale veste mi ritrovai ancora pi&ugrave; goffo e impacciato di quanto un ragazzo di campagna non si fosse sentito in una grande citt&agrave;. Non ero da una settimana nella mia nuova casa, quando Mr. Covey mi frust&ograve; a sangue sulla schiena, sollevandomi la pelle in gonfiori alti un mignolo.<br />La faccenda and&ograve; cos&igrave;: in uno dei giorni pi&ugrave; freddi di gennaio, di prima mattina, Mr. Covey mi mand&ograve; nel bosco a raccogliere fasci di legna. Mi diede una coppia di buoi non ancora abituati al giogo, e mi disse quale era il bue che andava aggiogato all'interno e quale no. Poi leg&ograve; intorno alle corna del primo l'estremit&agrave; di un grosso canapo e me ne diede l'altra estremit&agrave;, spiegandomi che, se i buoi si mettevano a correre, dovevo tenerlo ben stretto. Non avevo mai guidato dei buoi in vita mia e, naturalmente, ero molto impacciato. Tuttavia, riuscii a raggiungere con poche difficolt&agrave; l'orlo del bosco; ma vi ero penetrato di appena qualche metro, che le due bestie presero paura e si buttarono a testa bassa fra gli alberi e gli sterpi tirandosi dietro il carro nel modo pi&ugrave; terrificante. Io mi aspettavo da un momento all'altro di rompermi il cranio contro un albero. Infine, dopo una corsa selvaggia per un notevole tratto di cammino, i buoi rovesciarono il carro mandandolo a sbattere con violenza contro un ceppo, e si lanciarono nel folto del bosco. Come io sia scampato, davvero non so.<br />Eccomi, ora, tutto solo in un posto a me ignoto, nel cuore della boscaglia, il carro capovolto e semisfasciato, i buoi impigliati fra gli sterpi, e nessuno a darmi una mano. Dopo lunghi sforzi, riuscii a rimettere il carro a ruote in gi&ugrave;, districai le due bestie, le riaggiogai, e procedetti con loro verso il punto in cui, il giorno prima, avevo fatto legna. Qui caricai pesantemente il veicolo pensando in questo modo di ammansire i buoi, e ripresi la via di casa: avevo ormai consumato una met&agrave; del giorno. Uscito sano e salvo dal bosco, mi sentii fuori pericolo; feci tappa davanti al cancello per aprirlo, e proprio in quel mentre, prima che potessi afferrare il canapo, i buoi s'adombrarono per la seconda volta, si lanciarono contro il cancello prendendolo fra la ruota e la parte centrale del carro, mandandolo in frantumi, e rischiando per pochi centimetri di schiacciarmi contro il palo. Cos&igrave;, in una giornata, per puro caso, ero sfuggito due volte alla morte.<br />Al ritorno, narrai al signor Covey che cosa era successo, e come era successo. Egli mi ordin&ograve; di tornare immediatamente nel bosco, e mi segu&igrave; a una certa distanza. Ero appena arrivato, che mi raggiunse e mi disse di fermare il carro: mi avrebbe insegnato lui a buttare via il mio tempo e sfondare cancelli! Poi si avvicin&ograve; a un grosso albero da gomma, ne tagli&ograve; con l'accetta tre grosse verghe e, ripulitele della corteccia col suo temperino, mi ordin&ograve; di svestirmi. Io non risposi, e non mi spogliai. Lui ripet&eacute; l'ordine: di nuovo io non diedi risposta, n&eacute; feci l'atto di spogliarmi. Allora mi si avvent&ograve; contro con la ferocia di una tigre, mi strapp&ograve; di dosso i vestiti, e mi frust&ograve; fino a consumare tutte e tre le verghe, battendomi cos&igrave; selvaggiamente da lasciarne visibili i segni per diversi giorni. Fu quella la prima di una serie di analoghe frustate, e per mancanze simili.<br />Rimasi dal signor Covey tutto un anno; e durante i primi sei mesi di quell'anno non pass&ograve; settimana senza che mi fustigasse. Era raro che la schiena non mi facesse male da morire. La sua scusa per trattarmi a frustate era, quasi sempre, che ero maldestro. In realt&agrave;, ci faceva sgobbare da non poterne pi&ugrave;: eravamo in piedi molto prima dell'alba, davamo la biada ai cavalli, e alle prime luci del giorno, con zappe e aratri, raggiungevamo i campi. Mr. Covey ci nutriva a sufficienza, ma non ci dava tempo a sufficienza per mangiare. Spesso, non avevamo pi&ugrave; di cinque minuti per i pasti. Non di rado ci capitava di lavorare ininterrottamente dalla mattina fino a quando l'ultimo, pigro raggio di sole ci aveva lasciati; e, all'epoca della raccolta del foraggio, a volte la mezzanotte ci coglieva in atto di legare fasci d'erba.<br />Mr. Covey, allora, ci veniva incontro. Il suo metodo era il seguente: passava quasi tutto il pomeriggio a letto, e alla sera usciva fresco come una rosa e pronto a pungolarci con le parole, l'esempio e, se non bastava, la frusta. Era uno dei pochi proprietari che sanno usare le mani, e le usava davvero. Lavorava sodo, e sapeva esattamente quello che un uomo o un ragazzo poteva rendere. Non c'era verso di sfuggirgli. Assente o presente, il lavoro procedeva suppergi&ugrave; allo stesso ritmo; ed egli aveva l'arte di farci sentire di continuo la sua presenza in mezzo a noi. Come facesse &egrave; presto detto: prendendoci di sorpresa. Era raro che si avvicinasse apertamente al luogo in cui lavoravamo, se poteva farlo di soppiatto. La sua mira costante era di sorprenderci e tale era la sua scaltrezza, che fra noi eravamo soliti chiamarlo &quot;la serpe&quot;.<br />A volte, quando lavoravamo nei campi di granturco, per non farsi scoprire strisciava sulle mani e sui ginocchi, e d'un tratto eccolo sbucare in mezzo a noi gridando: &quot;Oh! Oh! Dateci sotto! Sbrigatevi!&quot; E, tal essendo il suo metodo di attacco, non era mai consigliabile fermarsi neppure per un minuto. Le sue apparizioni erano quelle di un ladro di notte, e a noi sembrava che avesse il dono dell'ubiquit&agrave;. Era dietro ogni pianta, dietro ogni ceppo d'albero, in ogni cespuglio, a ogni finestra. Certi giorni, montava a cavallo come se dovesse andare a St. Michael's, distante sette miglia; e mezz'ora dopo ricompariva ai margini del bosco, dove legava il cavallo e si rannicchiava in un angolo della siepe di cinta a seguire ogni gesto e movimento degli schiavi. Oppure veniva a piedi fin nei campi, impartiva disposizioni come se stesse per intraprendere Dio solo sa che viaggio, poi ci voltava la schiena, fingeva di rincasare per compiere gli ultimi preparativi, ma non aveva coperto met&agrave; della distanza che girava sui tacchi, e strisciava o dietro una siepe o dietro un albero, per sorvegliarci fino al cadere del sole.<br />Il suo forte era la capacit&agrave; di fingere. La sua vita era tutta dedita a meditare e tradurre in atto le pi&ugrave; grossolane simulazioni; e al suo gusto di tessere inganni doveva subordinarsi quel poco che possedeva in fatto di religione o di cultura. Era come se si credesse capace di prendere in giro lo stesso Onnipotente. Recitava una breve preghiera al mattino, una lunga alla sera; e pochi, per strano che possa apparire, sembravano, a volte, pi&ugrave; devoti di lui. Gli esercizi della sua devozione domestica iniziavano invariabilmente col canto; e poich&eacute; era un cantore da poco, generalmente l'incarico di intonare l'inno toccava a me. Leggeva il testo, poi mi faceva cenno di attaccare. Io a volte ubbidivo, a volte no; e quasi sempre il mio rifiuto produceva un'enorme confusione. Allora, per mostrare la sua indipendenza, attaccava lui e, zoppicando, procedeva per tutta la durata dell'inno con le pi&ugrave; orribili stecche. In questo stato d'animo pregava con pi&ugrave; fervore che mai. Poveraccio! Credo davvero (tale era la sua disposizione e capacit&agrave; di ingannare) che a volte si creasse la solenne credenza d'essere un devoto sincero dell'Altissimo, nell'atto in cui, magari, spingeva una delle sue schiave al peccato di adulterio.<br />Ecco, a questo proposito, che cosa succedeva: Mr. Covey era un povero diavolo che stava appena facendosi strada nel mondo e poteva permettersi al massimo di acquistare una sola schiava; e, per quanto il fatto possa sembrare disgustoso, l'acquist&ograve;, come diceva lui, perch&eacute; <i>figliasse</i>. Questa donna si chiamava Caroline, e gli era stata venduta da Mr. Thomas Low abitante a circa sei miglia da St. Michael's. Era una donna grande e robusta sui vent'anni e, avendo gi&agrave; dato alla luce un bambino, sembrava fatta apposta per soddisfare le esigenze del nuovo padrone. Orbene, dopo averla acquistata, Mr. Covey noleggi&ograve; per un anno uno schiavo di Mr. Samuel Harrison, sposato con figli, e ogni sera lo spronava a coricarsi con lei! Il risultato fu che, alla fine dell'anno, la poveretta partor&igrave; due gemelli; risultato di cui Mr. Covey si compiacque altamente sia con l'uomo che con l'infelice schiava, e tale era la gioia sua e di sua moglie, che nulla di quanto potevano fare per Caroline durante il puerperio sembrava troppo buono, o troppo pesante. I piccoli, infatti, arricchivano notevolmente il suo patrimonio.<br />Se mai, in una fase della mia vita, fui costretto bere fino alla feccia l'amaro calice della schiavit&ugrave;, fu nei primi sei mesi di soggiorno in casa Covey. Lavoravamo con qualunque tempo. Per lui non era mai n&eacute; troppo caldo, n&eacute; troppo freddo; non pioveva mai, non grandinava mai, non scottava mai, non nevicava mai troppo forte, perch&eacute; non si lavorasse nei campi. Il lavoro, il lavoro e sempre il lavoro, era all'ordine non meno della notte che del giorno. Le giornate pi&ugrave; lunghe, per lui, erano troppo brevi; le notti pi&ugrave; brevi erano sempre troppo lunghe. Con me, che dapprincipio ero piuttosto intrattabile, bastarono p