Sette anni a Kingston, dalla fame al trionfo
"La svolta, l’addio, il viaggio, lo choc iniziale, tante difficoltà e quella speciale tenacia che ti porta dritto dritto all’happy end, al successo finale. Visti in una prospettiva letteraria, gli ingredienti del Sogno americano ci sono tutti. Quello di Alberto D’Ascola, però, è un sogno ambientato qualche miglia più giù, tra le onde dei Caraibi. Nessun grattacielo o autostrada in vista, nessun brano di Bruce Springsteen nelle orecchie: qui le coordinate le danno Bob Marley, il sole, un oceano di «maria» e tante ragazze di colore da perderci la testa.
Il Sogno giamaicano di Alberto è iniziato nel 2001. Sette anni a costruire ritmi e rime ed eccolo stella del reggae proprio lì dove la musica reggae è nata. Le sue canzoni hanno sconfitto la diffidenza dei padri del genere e conquistato le classifiche dell’isola. Poi sono rimbalzate in Europa, catturando gli appassionati dovunque.
Non che fosse un neofita, il ragazzo. Negli anni Novanta si faceva chiamare Stena ed era il cantante-leader dei Reggae National Tickets, gruppo d’ispirazione giamaicana tra i più importanti d’Italia. Dischi, tournée infinite, un sacco di apprezzamenti che hanno gettato le basi per la grande sfida. Il talento e l’aria nuova hanno fatto il resto.
Pollo e riso per campare
Lui ha 32 anni. È nato a Bergamo, ma nelle sue vene scorre sangue mediterraneo doc, un distillato di geni siciliani, calabresi e pugliesi. Mamma casalinga e padre poliziotto in pensione. Persone vecchio stampo che quando lui è emigrato hanno fatto i capricci. «Col tempo però si sono abituati», dice ora dall’altra parte dell’Atlantico, al telefono. «All’inizio non capivano, ma io dovevo seguire il mio spirito. Avevo già visitato la Giamaica e dentro di me sapevo che ci sarei tornato per immergermi nella sua musica». Così, un bel giorno, Alberto saluta tutti e se ne va: «Ho chiuso l’agenzia discografica che avevo fondato, ripagato lo Stato con le tasse e arrivederci. In tasca mi rimanevano 1.500 dollari (due milioni di lire, a quei tempi) e l’indirizzo di un italiano, Luigi, che gestiva sull’isola una casa-alloggio per turisti».
All’inizio è durissima. Alberto si chiude negli studi di registrazione Gee Jam dove si offre per quello che sa fare. «Io andavo lì, davo una mano dietro al mixer e intanto imparavo. Soldi? Ma quale soldi! Un piatto di pollo e riso, ecco quello che mi davano. Sì, a ripensarci è stata una fatica incredibile», continua, «soprattutto per l’ambiente in generale: la Giamaica è meravigliosa, ma per chi ci vive è un posto crudelissimo. Non ci sono quattrini, la violenza è incredibile. Qui i ragazzi arrivano a spararsi per un cellulare. Io stesso sono stato derubato e parecchie volte ho rischiato di finire male». Alberto però è forte e il suo talento piano piano si fa strada. Inizia a realizzare basi per altri artisti, a ritagliarsi uno spazio. Fino a quando non decide di fare il grande salto e realizzare musica per proprio conto. Nasce così Alborosie: «”Al” da Alberto e “Borosie” da un dispregiativo con cui mi chiamavano e che è talmente schifoso che non voglio spiegare», dice.
Infila una lunga serie di canzoni ben fatte. Come «Herbalist», che lo proietta sotto i riflettori. Il video viene bandito dalla tivù nazionale: «C’erano quelle immagini di bambini che vendono “ganja”, marijuana, e quella strofa, “babylon dem thieft my erb” (la polizia ha rubato la mia erba) che si vede dovevo tenermi per me». Poi arriva «Kingston Town» ed è un altro botto: «In Giamaica vanno ancora forte i 7 pollici, i vecchi 45 giri. Se un pezzo di successo piazza 4, 5 mila copie, io con “Kingston” sono arrivato a 12 mila. Qui in totale avrò venduto 50 mila dischi. E tra un paio di mesi arriva il primo album: dovrebbe chiamarsi “Soul Pirate”, il pirata dell’anima. O qualcosa del genere».
Con i dischi arriva la fama. E il rispetto: «All’inizio mi guardavano storto, ora ho le spalle coperte», spiega. «Sai, in Giamaica la cultura d’ispirazione “gangster” va molto forte: gli uomini hanno sempre quell’atteggiamento da “io sono un duro, io ti ammazzo” e le donne sono tutte tirate a lucido e belle sexy. C’è questo atteggiamento da “baciamo le mani” e anche il mondo della musica è molto corrotto. Se guadagni devi sganciare soldi. E non è bello quando due o tre energumeni ti piazzano davanti alla faccia una 9 millimetri...». Ma oggi ad Alborosie le cose vanno decisamente meglio. «Diciamo che sono un po’ più tranquillo: ho la mia casa, il mio studio, posso permettermi due o tre gioielli da sfoggiare nelle occasioni importanti. Non sono un nababbo, ma vivo bene. Anche se da queste parti», aggiunge, «non si sa mai».
LA CARRIERA
Quel concerto nel cortile di Marley
Gli inizi
Negli anni Novanta Alberto D’Ascola si fa chiamare Stena e canta nel gruppo dei Raggae National Tickets, tra i gruppi reggae più famosì d’Italia. Con la sua band il futuro Alborosie incide cinque album.
Il successo
Nell’agosto del 2000 il gruppo suona a Kingston, capitale della Giamaica, nel Trenchtow Cultural Yard, il cortile del ghetto di Trenchtown dove è cresciuto Bob Marley, la leggenda del reggae.
La nuova vita
Nel 2001 Alberto D’Ascola si trasferisce in Giamaica. Lavora negli studi di registrazione, inizia a incidere dischi di grande successo con il nome di Alborosie. Tra i suoi brani, «Burning & Looting», «Herbalist» e «Kingston Town». Tra un paio di mesi uscirà il suo primo album.
Pubblicato dal sito www.lastampa.it
Cliccando sul link in basso è possibile vedere un interessante video promozionale di Alborosie.
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