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Nota --------------------------------------------------------
La denuncia fatta da Hailé Selassié contro l'aggressione
italiana al suo popolo, compiuta attraverso l'inganno morale
e l'uso materiale di gas venefici, è una pagina particolarmente
obbrobriosa nella lunga storia criminale dello statismo italiano.
Di fronte a tutto ciò, la risposta degli altri governi
fu talmente insufficiente, per non dire peggio, da far prevedere
la prossima ingloriosa fine della Lega delle Nazioni.
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Signor
Presidente, Distinti Delegati,
Ventisette
anni fa, in qualità di Imperatore d'Etiopia, salii
sul podio a Ginevra, in Svizzera, per rivolgermi alla Lega
delle Nazioni e chiedere soccorso a causa dell'opera di distruzione
che era stata intrapresa nei confronti della mia indifesa
nazione da parte dell'invasore fascista. Parlai a e per la
coscienza del mondo. Le mie parole rimasero inascoltate, ma
la storia dimostra la precisione dell'avvertimento che diedi
nel 1936.
Oggi, sono dinanzi l'organizzazione mondiale succeduta nell'incarico
abbandonato dal suo screditato predecessore. In questo corpo
è racchiuso il principio di sicurezza collettiva che
invocai invano a Ginevra. Qui, in questa assemblea, risiede
la migliore, forse ultima, speranza di una pacifica sopravvivenza
del genere umano. Nel '36 dichiarai che non era in gioco il
Covenant della Lega, ma la moralità internazionale.
Gli impegni, dissi in quel tempo, hanno poco valore se la
volontà di mantenerli è scarsa. Lo Statuto delle
Nazioni Unite esprime le più nobili aspirazioni dell'uomo:
l'abbandono della forza nella risoluzione delle controversie
tra gli stati; l'assicurazione dei diritti umani e delle libertà
fondamentali per tutti senza distinzioni riguardo a razza,
sesso, linguaggio o religione; la salvaguardia della
sicurezza e della pace internazionale. Ma queste, come le
frasi del
Covenant, sono solo parole; il loro valore dipende interamente
dalla nostra volontà di osservarle ed onorarle e di
conferirgli contenuto e significato.
La preservazione della pace e la garanzia delle libertà
e dei diritti
basilari dell'uomo richiedono coraggio ed eterna vigilanza:
il coraggio di parlare e agire - e se necessario, di soffrire
e morire - per la verità e la giustizia; eterna vigilanza,
affinché nemmeno la minima trasgressione della moralità
internazionale rimanga nascosta o senza rimedio.
Queste lezioni devono essere apprese nuovamente da ogni prossima
generazione, ed è in verità fortunata quella
generazione che impara dalle altre oltre che dalla propria
amara esperienza. Questa Organizzazione ed ognuno dei suoi
membri
sostengono una schiacciante e terrificante responsabilità:
assorbire la saggezza della storia ed applicarla ai problemi
del presente, affinché le future generazioni possano
nascere, vivere e morire nella pace. La documentazione delle
Nazioni Unite prodotta durante i pochi brevi anni della sua
esistenza fornisce al genere umano una solida base per l'incoraggiamento
e la speranza verso il futuro. Le Nazioni Unite hanno avuto
il coraggio di agire, a differenza della Lega, in Palestina,
in Corea, nel Suez, in Congo.
Non c'è nessuno tra di noi oggi che fa ipotesi riguardo
la reazione di questo corpo nel momento in cui cause ed azioni
sono chiamate in questione.
L'opinione di questa organizzazione esercita oggi una potente
influenza nei confronti delle decisioni dei suoi membri. L'attenzione
dell'opinione mondiale, focalizzata dalle Nazioni Unite sulle
trasgressioni e sui traditori della società umana,
dimostra di gran lunga un'effettiva salvaguardia contro l'aggressione
incontrollata e l'illimitata violazione
dei diritti umani. Le Nazioni Unite continuano a servire come
un forum dove le nazioni, i cui interessi si scontrano, possono
sottoporre i loro casi all'opinione mondiale. Procurano ancora
l'essenziale valvola di sfogo senza la quale il lento aumentare
delle pressioni sfocerebbe inevitabilmente in un'esplosione
catastrofica.
Le loro azioni e decisioni hanno accelerato il raggiungimento
della libertà di molti popoli nei continenti dell'Africa
e dell'Asia. I loro sforzi hanno contribuito al progresso
del modello vitale della gente in ogni angolo della Terra.
Per questo, tutti gli uomini
dovrebbero ringraziare. Nel momento in cui oggi sto qui ,
quanto deboli, quanto remote sono le memorie del 1936. Quanto
diversi erano nel 1936 gli atteggiamenti degli uomini. In
quel tempo eravamo in una atmosfera di
soffocante pessimismo. Oggi, un prudente eppur allegro ottimismo
costituisce
lo spirito prevalente. Ma ognuno di noi sa che ciò
che è stato realizzato non è ancora sufficiente.
I giudizi delle Nazioni Unite sono stati e continuano ad essere
soggetti a frustrazione, dal momento che singoli stati-membri
hanno ignorato i loro pronunciamenti e trascurato le loro
raccomandazioni. Le forze dell'Organizzazione sono state indebolite,
poiché stati-membri hanno eluso i propri doveri nei
confronti di questa. L'autorità
dell'Organizzazione è stata schernita in quanto singoli
stati-membri hanno proceduto, in violazione dei suoi ordini,
nel perseguire i propri i scopi e fini. I problemi che ci
affliggono effettivamente sorgono tutti tra i membri dell'Organizzazione,
ma questa rimane impotente di imporre soluzioni accettabili.
In qualità di coloro che costruiscono e fanno rispettare
la
legge internazionale, quello che le Nazioni Unite hanno compiuto
ancora crolla spiacevolmente lontano dal nostro obbiettivo
di una comunità internazionale delle nazioni. Ciò
non significa che le Nazioni Unite hanno fallito. Ho vissuto
troppo a lungo per nutrire tante illusioni riguardo l'essenziale
nobiltà di principi degli uomini messi a duro confronto
con il problema del controllo sulla loro sicurezza, e sui
loro interessi verso le proprietà. Neppure adesso ne
nutro, nel momento in cui è altamente a rischio che
molte nazioni affidino volontariamente i propri destini in
altre mani.
Tuttavia, questo è l'ultimatum presentatoci: assicurare
le condizioni per mezzo delle quali gli uomini affidino la
loro sicurezza ad un'entità più grande, oppure
rischiare l'annientamento; convincere gli uomini che la loro
salvezza risiede nella subordinazione degli interessi locali
e nazionali a
quelli dell'umanità, o compromettere il loro futuro
. Questi sono gli obbiettivi: ieri irraggiungibili, oggi essenziali,
per i quali dobbiamo lavorare al fine di realizzarli. Fino
a quando ciò non sarà compiuto, il futuro del
genere umano rimarrà rischioso e la pace permanente
argomento di speculazione. Non c'è una singola formula
magica, nessun semplice passo, nessuna parola, scritti o nello
Statuto dell'Organizzazione o in un trattato tra gli stati,
che può garantirci automaticamente quello che cerchiamo.
La
pace è un problema da affrontare giorno per giorno,
il prodotto di una moltitudine di eventi e giudizi. La pace
non è un "essere", bensì un "divenire".
Non possiamo fuggire la terribile possibilità di una
catastrofe attraverso un errore di giudizio. Ma possiamo giungere
alle giuste decisioni tra gli innumerevoli problemi secondari
che ogni nuovo giorno ci pone, ed a questo proposito siamo
in grado di dare il nostro contributo e probabilmente
il massimo che, ragionevolmente, ci si aspetta da noi nel
1963 per la preservazione della pace. E' qui che le Nazioni
Unite ci hanno servito, non perfettamente ma bene. Ed al fine
di accrescere le possibilità per l'Organizzazione di
servirci meglio, noi serviamo e portiamo a termine i nostri
amatissimi obbiettivi. Oggi vorrei menzionare brevemente due
particolari questioni che sono di profondo interesse per gli
uomini: disarmo ed instaurazione di una reale uguaglianza
tra gli esseri umani. Il disarmo è divenuto l'urgente
imperativo del nostro tempo. Non dico ciò poiché
metto
sullo stesso piano assenza di armi e pace, o perché
credo che portando a termine la corsa agli armamenti nucleari
si garantisca automaticamente la pace, o perché l'eliminazione
delle testate nucleari dagli arsenali del mondo lo induca
alla sua vigilia ad un cambiamento verso l'atteggiamento necessario
per la risoluzione pacifica delle dispute tra le Nazioni.
Il disarmo è vitale oggi, piuttosto semplicemente,
a causa dell'immensa capacità distruttiva di cui gli
uomini dispongono. L'Etiopia sostiene il
trattato per il bando dei test nucleari atmosferici come un
passo verso questo obbiettivo, sebbene sia solo un passo parziale.
Le Nazioni posso ancora perfezionare le armi di distruzione
di massa testandole nel sottosuolo. Non c'è garanzia
contro un'improvvisa, non annunciata ripresa delle prove nell'atmosfera.
Il reale significato del trattato è che esso ammette
un tacito stallo tra le nazioni che lo hanno negoziato, uno
stallo che riconosce lo schietto, inevitabile fatto che alcuno
emergerebbe dalla
distruzione totale prodotta in seguito al coinvolgimento dei
più in una guerra nucleare, uno stallo che offre a
noi ed alle Nazioni Unite un momento di respiro nel quale
agire. Qui risiede la nostra opportunità e la nostra
sfida. Se le potenze nucleari sono pronte a dichiarare una
tregua, cogliamo il momento per rafforzare le istituzioni
e le procedure che serviranno come mezzi per la pacifica risoluzione
delle controversie tra gli uomini. I
conflitti tra le nazioni continueranno a sorgere. Il reale
problema è se questi saranno risolti mediante la forza,
o attraverso il ricorso a procedure e metodi pacifici, amministrati
da istituzioni imparziali.
Questa stessa vera Organizzazione è la più grande
in qualità d'istituzione, ed è in una più
potente U.N. che noi cercheremo, e qui troveremo, l'assicurazione
di un futuro pacifico. Che sia raggiunto un reale ed effettivo
disarmo e che i fondi adesso spesi nella corsa agli armamenti
siano destinati al miglioramento dello stato umano; che ci
concentriamo solo sui pacifici utilizzi della conoscenza nucleare,
e sul modo con cui ampiamente ed in breve tempo possiamo cambiare
le condizioni dell'umanità.
Questo dovrebbe essere il nostro obiettivo. Quando parliamo
di uguaglianza degli uomini, troviamo, inoltre, una sfida
ed un'opportunità: una sfida nell'infondere nuova vita
negli ideali emanati nello Statuto, un'opportunità
di condurre gli uomini più vicino alla libertà
ed alla vera uguaglianza, e dunque, più vicino all'amore
per la pace. L'obiettivo dell'uguaglianza degli
uomini che cerchiamo è l'antitesi dello sfruttamento
di un popolo da parte di un altro del quale le pagine di storia,
ed in particolare quelle scritte riguardo il continente Africano
e quello Asiatico, parlano in maniera tanto estesa. Lo sfruttamento,
così si è osservato, possiede molti volti. Ma
qualunque aspetto assuma, questo male va evitato dove non
esiste e distrutto nei luoghi in cui è presente. È
sacro dovere di questa Organizzazione
assicurare che il sogno dell'uguaglianza si realizzi per tutti
gli uomini a cui è ancora negato, garantire che lo
sfruttamento non si reincarni in altre forme nei luoghi dal
quale è stato già bandito. Come è emersa
un'Africa libera durante il passato decennio, un vigoroso
attacco è stato sferrato contro lo sfruttamento, ovunque
esso ancora esista. Ed in quella interazione così comune
alla storia, ciò a sua volta ha stimolato ed incoraggiato
i rimanenti popoli dipendenti a rinnovare gli sforzi per liberasi
dal giogo
che li opprimeva ed a reclamare in qualità di diritti
di nascita gli ideali gemelli di libertà e parità.
Questa vera lotta è per stabilire la pace, e fino a
quando la vittoria non sarà assicurata, quella fratellanza
e quella comprensione che alimentano e danno vita alla pace
non potranno che essere parziali ed incomplete. Negli Stati
Uniti d'America, l'amministrazione del presidente Kennedy
sta conducendo un energico attacco al fine di sradicare le
vestigia rimanenti della discriminazione razziale da questa
nazione.
Sappiamo che questo conflitto verrà vinto e che il
giusto trionferà. In questo tempo di prova, questi
sforzi dovrebbero essere incoraggiati ed assistiti, ed oggi
dovremmo concedere la nostra simpatia ed il nostro supporto
al Governo Americano. Il Maggio scorso, ad Addis Ababa, ho
convocato un incontro dei Capi Stato e di Governo Africani.
In tre giorni, le 32 nazioni rappresentate nella Conferenza
hanno dimostrato al mondo che quando esistono volontà
e determinazione, nazioni e popoli di diverso bagaglio culturale
possono lavorare e lavoreranno insieme, in unità, per
il
raggiungimento degli obiettivi comuni, e per l'assicurazione
dell'uguaglianza e della fratellanza che desideriamo. Riguardo
al problema della discriminazione razziale, la Conferenza
di Addis Ababa ha insegnato, a coloro che volevano apprendere,
un'ulteriore lezione: fin quando la filosofia che ritiene
una razza superiore ed un'altra inferiore non sarà
finalmente e permanentemente discreditata ed abbandonata;
fin quando non ci saranno più cittadini di prima e
seconda classe per una nazione; fin quando il colore della
pelle di un uomo non avrà più significato del
colore dei suoi occhi; fin quando i diritti umani fondamentali
non saranno ugualmente garantiti a tutti senza discriminazioni
razziali; fino a quel giorno, il sogno di una pace duratura
e di una cittadinanza mondiale ed il dominio di una moralità
internazionale non rimarranno che un'illusione sfuggente,
da perseguire ma mai raggiunta; e fin quando gli ignobili
ed infelici regimi che tengono in nostri fratelli in Angola,
in Mozambico, ed in Sud Africa in
servitù subumana non saranno crollati e distrutti;
fin quando il bigottismo, il pregiudizio ed il malvagio e
disumano egoismo non saranno sostituiti dalla comprensione,
dalla tolleranza e dalla buona volontà; fin quando
tutti gli Africani non saranno e parleranno come esseri liberi,
uguali agli occhi degli uomini, così come lo sono agli
occhi del Cielo; fin a quel giorno, il continente Africano
non conoscerà pace.
Noi Africani combatteremo, se necessario, e sappiamo che vinceremo,
così come confidiamo nella vittoria del bene sul male.
Le Nazioni Unite hanno fatto tanto, sia direttamente sia indirettamente
per l'accelerazione della scomparsa della
discriminazione e dell'oppressione sulla Terra. Senza l'opportunità
di focalizzare l'opinione mondiale sull'Africa e sull'Asia
che questa
Organizzazione concede, l'obiettivo, per molti, sarebbe potuto
essere ancora lontano, e la lotta sarebbe durata ancor di
più. Per questo, siamo realmente grati. Ma si può
fare di più. Le basi della discriminazione razziale
e del colonialismo sono state economiche, ed è con
armi economiche che questi mali sono stati e possono essere
superati. Nell'adempimento delle risoluzioni adottate nella
Conferenza di Addis Ababa, gli Stati Africani
hanno intrapreso alcuni provvedimenti in campo economico che,
se adottati da tutti gli stati membri delle Nazioni Unite,
in breve tempo ricondurrebbero l'intransigenza alla ragione.
Io chiedo, oggi, l'adesione a queste misure per ogni nazione
rappresentata qui che sia realmente devota ai principi enunciati
nello Statuto. Non credo che Portogallo e Sud Africa sarebbero
pronti a commettere un suicidio economico o fisico nel caso
esistessero
alternative onorevoli e ragionevoli. Credo che tali alternative
si possano trovare. Ma so inoltre che a meno che siano escogitate
pacifiche soluzioni, i consigli di moderazione e temperanza
non serviranno a nulla; e sarebbe assestato un altro colpo
a questa Organizzazione che ostacolerebbe ed indebolirebbe
anco di più la sua utilità nella lotta per assicurare
la vittoria della pace e della libertà sulle forze
del conflitto e dell'oppressione.
Qui, dunque, c'è l'opportunità presentataci.
Noi dobbiamo
agire mentre possiamo, mentre esiste l'occasione di esercitare
quelle legittime pressioni a noi disponibili, per timore che
il tempo scorra via e che si ricorra a mezzi meno felici.
L'Organizzazione possiede oggi l'autorità e la volontà
di agire? E nel caso non l'avesse, siamo pronti a rivestirla
con il potere di creare e rinforzare il dominio della legge?
O lo Statuto è esclusivamente una raccolta di parole,
senza contenuto e sostanza, poiché manca lo spirito
essenziale? Il tempo nel quale riflettere riguardo questi
problemi è molto breve. Le pagine delle storia sono
piene di casi in cui ciò che non era desiderato ed
era stato fuggito tuttavia accadde poiché
gli uomini attesero per agire fin quando fu troppo tardi.
Noi non possiamo tollerare un simile ritardo. Se vogliamo
sopravvivere, questa Organizzazione deve sopravvivere. Per
sopravvivere, essa deve essere rafforzata. Il suo potere esecutivo
deve essere investito di un'autorità maggiore. I mezzi
per
l'imposizione delle sue decisioni devono fortificati, e, se
essi non
esistono, devono essere escogitati. Devono essere stabilite
procedure per proteggere il piccolo ed il debole nel momento
in cui è minacciato dal forte e dal potente. Tutte
le nazioni che soddisfano le condizioni per fungere da membro
devono essere ammesse e gli si deve permettere di sedere in
questa assemblea. La parità di rappresentanza deve
essere assicurata in ognuno dei
suoi organi. Le possibilità che esistono nelle Nazioni
Unite di fornire il mezzo col quale l'affamato può
essere nutrito, il nudo vestito, l'ignorante istruito, devono
essere colte al volo e sfruttate in quanto il fiore della
pace non viene sostenuto dalla povertà e dal bisogno.
Per raggiungere ciò si richiede coraggio e fiducia.
Il coraggio, Io credo, lo possediamo. La fiducia deve essere
creata, e per fare questo dobbiamo agire coraggiosamente.
Le grandi nazioni del mondo farebbero bene a ricordare che
nell'età moderna ancora i loro destini non sono interamente
nelle loro mani.
La pace richiede gli sforzi uniti di noi tutti. Chi può
preedere quale
scintilla accenderà la miccia? Non solo il piccolo
ed il debole devono scrupolosamente osservare i loro obblighi
nei confronti delle Nazioni Unite e di ogni altro. Se non
verrà concessa alle nazioni più piccole la loro
propria voce nella risoluzione dei problemi mondiali, se l'uguaglianza
per cui Africa e Asia hanno lottato non si rifletterà
nell'esteso insieme dei membri nelle istituzioni che costituiscono
le Nazioni Unite, la fiducia arriverà con molta più
difficoltà. Se i diritti del più piccolo degli
uomini
non saranno assiduamente protetti come quelli del più
grande, il seme della fiducia cadrà sul terreno sterile.
La posta in gioco è identica per ognuno di noi - la
vita o la morte. Noi tutti vogliamo vivere. Noi tutti cerchiamo
un mondo nel quale gli uomini sono liberi dal fardello dell'ignoranza,
della povertà, della fame e della malattia. E noi tutti
saremo duramente pressati per fuggire la mortale pioggia radioattiva
nucleare e la catastrofe che ci
coglierebbe. Quando parlai a Ginevra nel 1936, non vi erano
precedenti di un capo di Stato che si rivolgeva alla Lega
delle Nazioni. Io non sono né il primo, ne sarò
l'ultimo a rivolgersi alle Nazioni Unite, ma solo Io mi sono
rivolto sia alla Lega sia a questa Organizzazione in questa
funzione. I problemi con cui ci confrontiamo oggi sono, ugualmente,
senza precedenti.
Essi non hanno equivalenti nell'esperienza umana. Gli uomini
ricercano nelle pagine della storia per i precedenti, ma qui
non ve ne sono. Questa, dunque, è la sfida finale.
Dove dobbiamo cercare per la nostra sopravvivenza, per le
risposte ai problemi che mai prima ci sono stati posti? Dobbiamo
volgere lo sguardo, innanzitutto, al Signore Onnipotente,
che ha elevato l'uomo al di
sopra degli animali e che lo ha dotato d'intelligenza e di
ragione.
Dobbiamo riporre la nostra fede in Lui, che non ci abbandonerà
né ci permetterà di distruggere l'umanità
che ha creato a Sua immagine.
Dobbiamo guardare dentro noi stessi, nella profondità
della nostre anime. Dobbiamo diventare qualcosa che non siamo
mai stati e alla quale la nostra educazione, la nostra esperienza
ed il nostro ambiente ci hanno mal preparato. Dobbiamo diventare
più grandi di quanto siamo stati, più coraggiosi,
più grandi nello spirito, e di più ampie vedute.
Dobbiamo diventare membri di una nuova razza, superando l'insignificante
pregiudizio, dovendo una estrema fedeltà non alle nazioni
bensì agli uomini nostri simili
all'interno della comunità umana.
Sua
Maestà Imperiale Haile Selassie I
6
Ottobre 1963
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