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Benché fossero passati tanti anni, e Bayna-Lehkem
fosse già anziano a sua volta, la regina Makeda non
aveva certo dimenticato d'essere stata, da giovane, una povera
ragazza come tante della sua tribù, forse appena appena
più bella. Tuttavia aveva sempre saputo, fin da bambina,
chissà come, di possedere una forza misteriosa che
l'avrebbe portata a cambiare il destino della sua gente.
Venne un segno del demonio: un giorno, mentre Makeda camminava
tra i campi vide un drago venirle incontro di corsa, tanto
che fece appena in tempo a nascondersi tra i rami di un albero.
Ma un sant'uomo che passava di lì per caso uccise il
drago, e il drago, prima di morire, schizzò una goccia
del suo sangue velenoso sul piede della ragazza, e questo
piede divenne un brutto piede caprino. Peccato, una così
bella ragazza.
Lo scherzo del diavolo, come spesso accade, si mutò
in benedizione del cielo: la gente del villaggio, avendo saputo
che il drago era stato ucciso e vedendo il piede caprino di
Makeda, pensarono che fosse stata lei a liberarli dal terribile
mostro, e la fecero loro regina, la regina di Saba, la regina
con un piede caprino.
Il brutto zoccolo miracolosamente scomparve solo quando
Makeda mise piede nel palazzo di Re Salomone, che non poteva
permettere una simile vergogna. Lui stesso operò il
prodigio, Re Salomone. E' scritto nel Kebra Nagast. E si spiega
facilmente: mentre Salomone stava costruendo il suo bel palazzo,
nessuno degli operai riusciva a spezzare i grandi blocchi
di pietra dura di cui c'era bisogno. Così li mandò
sui monti a catturare un aquilotto; aveva detto Salomone:
andate sui monti e catturate un aquilotto. Gli operai ubbidirono,
benché non capissero la ragione di un simile comando.
L'aquilotto fu messo sotto un pentolone. Però le
ali del giovane rapace, troppo grosse, spuntavano da sotto
la copertura e mamma aquila vedendo il suo nato prigioniero,
volò verso il Paradiso Terrestre da dove rubò
un pezzo di legno che fece cadere sul pentolone. Il bronzo
andò in frantumi, e mamma aquila, riavuto il figlio,
tornò al suo nido lasciando il pezzo di legno là
dove era finito.
Quel pezzo di legno Salomone lo diede al capomastro perché
costruisse il palazzo che doveva custodire l'Arca del Patto.
Un legno sacro, dono del Padre, così potente che al
suo tocco anche la pietra più dura si spaccava in due,
come se l'avesse toccata Dio stesso. E questo legno era lo
stesso che aveva guarito il piede di Makeda spezzandone lo
zoccolo che lo racchiudeva, quando la regina era entrata nel
palazzo del Re.
Ma c'era stato già un altro segno, noto a pochi.
Mentre Makeda, bambina, lavava i panni con altre ragazze della
tribù in una pozza residua sul greto bianchissimo del
torrente Menna in secca, si vede che sui monti dello Uogherà
s'era scatenato un gran temporale, perché a un tratto
scese giù una piena improvvisa che si portò
via panni chiari e fanciulle, come petali di rosa, in Etiopia
succede spesso. Solo Makeda restò prodigiosamente impigliata
nei rami bassi di un'acacia, e vide l'acqua gorgogliante scorrere
sotto di lei in uno spaventoso tumulto color ocra -fango,
sterpi, foglia marcia, corpicini di animali spersi- e portarsi
via tutte le sue compagne, chissà dove, il Taccazé,
forse l'Atbara, forse il Nilo d'Egitto. Il ramo d'acacia come
la mano stessa di Dio.
Questo non sta scritto nel Kebra Nagast, ce l'ha raccontato
un prete copto nostro amico.
Salomone, del seme di Abramo e di Davide, era l'uomo più
saggio del mondo, lo dicevano tutti, e il popolo non sbaglia,
si sa. La parola di Salomone era chiara come acqua, la sua
vita parlava per lui, i suoi ordini erano dolci e i suoi rimproveri
gentili. La sua saggezza era fondata sulla saggezza del Padre,
Salomone sorrideva con grazia agli stolti, e ai saggi raccontava
storie dolci come il miele.
Ora, accadde che Makeda, la regina del Sud, sentisse parlare
di lui da un mercante di nome Tamrin, che era stato alla corte
del Re riportando notizie della sua prodigiosa saggezza, e
che nel paese di Salomone nessuno imbrogliava, nessuno rubava
niente, non vi erano né frodi né rapine, la
gente viveva in pace e nel rispetto della Legge.
Così Makeda decise di partire, il Padre stesso
le mise in cuore tale desiderio, e parlando al suo popolo
la regina disse anche: "La saggezza è il più
grande dei tesori, non c'è profitto senza saggezza,
e chi possiede questo tesoro, nessuno può rubarglielo.
La saggezza è gioia per il cuore, luce delle pupille,
ala al piede e scudo al petto. Più dolce del miele,
più forte del vino, più chiara del sole."
Partì con settecentonovantasette cammelli carichi
di ogni cosa, senza contare asini e muli, il Padre stesso
diede sicurezza al suo cuore.
Arrivò a Gerusalemme recando molti bei doni per
il re Salomone, che le diede un posto dove stare, vicino al
suo palazzo, e ogni giorno le mandava gazzelle, pollame grasso
e otri di vino vecchio. E cantori, uomini e donne, miele buono
e pasticcini. La vestiva con vesti di quelle che sbalordiscono
chi guarda. Tutto questo proprio mentre stava lavorando alla
costruzione del Tempio: nessuno che si opponesse ai suoi ordini,
perché, come diceva il popolo, il cuore di Salomone
era come una luce nel buio, e le sue sagge parole tante quanti
i grani di sabbia nel deserto; e che Salomone non chiedeva
a Dio né vittorie sui nemici né ricchezza, ma
solo saggezza per governare il suo popolo e costruire la Casa
del Padre.
Quando Makeda gli chiese di conoscere il segreto della
sua saggezza, Salomone disse: "Le parole che pronuncio
non vengono da me ma dal Padre. Ciò che Lui comanda,
io faccio, ovunque vuole che vada io vado, qualunque cosa
Egli mi insegna, io dico. Tutto quel che possiedo mi è
dato dal Dio di Israele, e affinché lo usi per il bene
della mia gente." Poi, vedendo un operaio che passava
di lì con un pietrone sulla testa e legna in mano,
vestito poveramente, i sandali appesi ai fianchi, grondante
sudore, il Re gli ordinò di fermarsi, e il povero lavoratore
si fermò. Quindi, rivolto a Makeda, il Re disse: "Guarda
quest'uomo, o mia regina. Sono forse superiore a lui? In cosa
sarei migliore? Siamo entrambi fatti di cenere e polvere,
entrambi saremo pasto per vermi. La sua morte e la sua vita
sono la mia morte e la mia vita, un comune destino ci unisce,
anche se in questo momento io sembro uno che non dovrà
mai morire. Intanto, come lavoratore, quest'uomo, vedi, è
più forte di me, segno che il Padre concede forza e
potere a chi vuole Lui." "Ora però torna
al tuo lavoro," concluse il Re congedando l'operaio.
"A che serviremmo, noi uomini," continuò
Salomone, "se non usassimo amore e grazia? Vestiamo vesti
sfarzose, mangiamo cibi fini, ci bagniamo in essenze profumate:
ma non siamo forse come l'erba del campo, che appassisce ed
è presto bruciata dal sole e dal fuoco? Maledetti gli
arroganti senza onore! Dio ama gli umili e i miti, chi pratica
mitezza e umiltà percorre il sentiero segnato dal Padre
e gioirà nel Suo Regno; benedetto chi conosce la saggezza,
che è come dire compassione, che è come dire
amore del Padre."
La regina Makeda allora disse: "Oh, come mi piacciono
le tue parole! Ma dimmi, quale Dio devo adorare? Noi adoriamo
il sole come ci hanno insegnato i nostri padri, adoriamo il
sole che cresce il nostro cibo e caccia via le tenebre, lo
chiamiamo Nostro Re, il Creatore, nessuno ci ha mai detto
che ce n'è un altro. Ma ora sento che Israele ha un
suo Dio e che questo Dio vi ha dato le Tavole per mano di
un uomo chiamato Mosè e che Lui stesso vi ha parlato
consegnandovi i Suoi Comandamenti."
"E' giusto che l'uomo adori il Padre," rispose
il Re, "poiché Lui ha creato Cielo e Terra, ha
creato mare, terraferma, sole, luna e stelle; alberi e pietre,
bestie e uccelli, coccodrilli e pesci. Lui ha fatto balena
e ippopotamo, lucertola d'acqua e gazzella. E' dunque giusto
che lo adoriamo con gioia, poiché Lui è Signore
dell'universo, e ha creato uomini e angeli. Lui punisce, Lui
perdona; Lui esalta, Lui condanna; Lui innalza, Lui affonda.
E chi mai, tra noi, potrebbe chiederGli conto di ciò
che fa?"
"D'ora in poi," promise Makeda, "non adorerò
più il sole ma il creatore del sole, il Dio di Israele."
Queste furono le parole che Salomone disse a Makeda, e
queste le parole che Makeda disse a Salomone, che le narrò
anche la storia di Abramo, di Abramo, che il padre Terah mandò
in giro per il mondo a vendere idoli. "Ma questi qui
che bene mi possono fare?" chiese Abramo, che tuttavia,
essendo un ragazzo ubbidiente, portò gli idoli al mercato,
come gli aveva ordinato il padre. Però non fece nessuno
sforzo per venderli: "Vorrete mica comprare falsi idoli
fatti di bronzo, legno e pietra?"; così che la
gente passava oltre senza comprare. Sulla via del ritorno
Abramo mise gli idoli in fila lungo la strada e chiese: "Potete
forse darmi pane da mangiare o acqua da bere, voi?" E
siccome gli idoli se ne stavano zitti e muti, Abramo si mise
a prenderli a calcioni in faccia e dappertutto fintantoché
non furono ridotti a pezzi; poi disse: "Se non siete
neppure in grado di proteggere voi stessi, come potreste proteggere
me?!" Quindi il giovane Abramo alzò gli occhi
al cielo e gridò: "Creatore dell'universo, creatore
di cielo, terra, sole e luna, di ciò che si vede e
di ciò che non si vede; da questo giorno in avanti
affido me stesso alle tue cure." E il Padre benedisse
Abramo, tra Lui e il seme di Abramo ora c'era un Patto. "Fra
sette generazioni dopo la tua, al tuo seme verrà data
l'Arca del Patto, e il tuo seme sarà la salvezza di
Israele."
Ma dopo essere rimasta a Gerusalemme sei mesi Makeda desiderò
tornare al suo paese. "Vorrei tanto restare, ma devo
tornare dalla mia gente. Ciò che mi hai detto darà
frutto nel mio cuore, e nel cuore di coloro che ne avranno
notizia da me."
"Non vorrai certo andartene senza essere stata mia
ospite e aver cenato nel mio palazzo," le mandò
a dire Salomone. "Da folle sono divenuta saggia ascoltandoti.
Dunque verrò da te, come desideri," rispose la
Regina, e il Re fece preparare il suo Palazzo. Makeda restò
abbagliata da tanto splendore, vi erano tappeti preziosi,
marmo lucente e gioielli, vi bruciavano polveri aromatiche;
mirra, cassia e incenso spiravano per ogni dove. E Salomone
le mandò in camera carni speziate, e bevande miste
ad aceto e ogni sorta di cibi pepati, di quelli che mettono
sete.
Quando furono finalmente soli il Re le disse: "Mettiti
pure comoda, puoi stare fino a domani mattina, se vuoi."
"Sì, ma devi promettermi che non cercherai di
prendermi con la forza." "Certamente," rispose
Salomone, "tu però, in cambio, devi giurare che
non prenderai nessuna delle mie cose." "Che bisogno
ho, delle tue cose," rise la Regina. "Sono ricca
anch'io, lo sai bene. Comunque giuro quel che vuoi."
Giurarono entrambi, Salomone che non avrebbe cercato di prenderla
con la forza, e Makeda che non avrebbe toccato nulla di ciò
che apparteneva al Re.
Fu preparata la camera, poi Salomone ordinò a un
giovane servo di mettere una brocca d'acqua fresca proprio
in mezzo ai due letti. "E ora chiudi le porte e lasciaci
in pace."
Il Re faceva solo finta, di dormire: in realtà
spiava la Regina, che dormì un poco, ma poi si svegliò
per la gran sete, e zitta zitta, sempre guardando attentamente
il Re, che pareva addormentato, si avvicinò alla brocca
e la sollevò, per bere.
"Come, hai già tradito la tua promessa di
non toccare niente che mi appartenga?" fece il Re afferrandole
la mano.
"Il mio giuramento è rotto solo per un sorso
d'acqua?!" esclamò la Regina.
"Vi è forse, sotto il cielo, qualcosa di più
prezioso dell'acqua?"
"No, niente è più prezioso dell'acqua.
Io ho sbagliato, la mia promessa è rotta, e tu sei
ora libero dalla tua."
"Libero dal giuramento a cui mi hai obbligato?"
"Certo. Ma ti prego, prima fammi bere."
Così Salomone la lasciò bere fino a sazietà,
poi fecero l'amore, poi dormirono assieme.
Verso l'alba il Re ebbe una visione, vide un Sole abbagliante
scendere dal cielo e mandare una gran luce su Israele, dove
rimase solo un po', per poi, improvvisamente, ritrarsi e fuggire
verso l'Etiopia, dove risplendé in eterno. E mentre
Salomone attendeva che l'astro ritornasse, un altro Sole,
assai più luminoso e forte, scese sulla terra di Giuda,
ma così forte che Israele non volle più camminare
alla luce del giorno; e quel Sole non si curò di Israele,
e gli Israeliti lo odiarono, non vi era pace tra quel Sole
e Israele, gli Israeliti alzarono pugni e coltelli contro
di Lui, vollero che morisse e misero guardie a guardia della
tomba dove l'avevano sepolto. Così, chiamarono le tenebre
sul mondo, vi furono terremoti e buio fitto, tanto che Lui
abbandonò chi lo aveva abbandonato e corse a illuminare
il resto del mondo, i luoghi che più godettero della
Sua luce essendo il Primo Mare, l'Ultimo Mare, l'Etiopia e
Roma.
Salomone si destò turbato per questa visione, la
sua mente vacillò per un momento.
La Regina prese commiato dal Re, che le diede cammelli
e carri colmi di cose belle, e un vascello con cui attraversare
il mare, e un vascello con cui lasciarsi portare dal vento.
Questo fece Salomone, per la saggezza che Dio gli aveva dato.
Prima della partenza il Re diede a Makeda l'anello che
teneva al mignolo: "Questo, in mio ricordo. E nel caso
che tu fossi pregna di me, l'anello sia il segno che mi faccia
riconoscere mio figlio o mia figlia. E se sarà maschio,
la pace del Padre sia con te. Ora, nel sonno ho avuto molte
visioni, il sole scendeva su Israele per poi fuggire verso
l'Etiopia, così che il tuo paese è benedetto
attraverso te, Dio vuole così, purché tu Lo
adori con tutto il tuo cuore e faccia la Sua volontà."
Nove mesi e cinque giorni dopo, Makeda giunse nel paese
di Baa Zadisareya, dove mise al mondo un figlio, poi tornò
tra la sua gente, che la accolse con gran festa.
All'età di dodici anni Bayna-Lehkem chiese ai suoi
compagni chi fosse suo padre. "Re Salomone" risposero.
Lui corse subito dalla madre e le disse: "Voglio conoscere
mio padre." "Io sono per te padre e madre,"
rispose la Regina. "Che altro cerchi?"
Ma il ragazzo continuava a chiedere del padre, la madre
aveva un bel dire che il paese del padre era troppo lontano,
la strada lunga e difficile, assai meglio restare dov'era.
Finché Bayna-Lehkem, a ventidue anni, annunciò
a Makeda che aveva deciso di andare dal padre. Però
sarebbe tornato, giurò su Dio. La regina gli diede
l'anello perché Salomone potesse riconoscere il figlio
e lo mandò in pace
Giunto a Gaza, la regione che il Re aveva donato a Makeda,
la gente lo accolse con onore, per la sua somiglianza con
il Re. Qualcuno disse: "Questo è Re Salomone."
Ma altri osservarono: "Come è possibile, il Re
sta a Gerusalemme, a costruire la sua casa." La disputa
continuò finché non decisero di mandare qualcuno
a Gerusalemme, in cerca del Re, a cui annunciarono: "E'
arrivato un mercante che ti assomiglia. I suoi occhi brillano
come di un uomo che ha bevuto vino. Ha gambe forti, e il collo
di Davide, tuo padre."
Salomone, che, oltre a Roboamo di sette anni, non aveva
altri figli legittimi, desiderò in cuor suo che Bayna-Lehkem
divenisse Re di Israele, benché illegittimo. Così
che Israele potesse, attraverso Bayna-Lehkem, futuro Re di
Etiopia, dominare anche là. Ambizioso, non solo saggio,
Re Salomone.
Benaiah, comandante dell'armata di Re Salomone, cercò
di convincere Bayna-Lehkem. "Dicono che il tuo paese
è una terra di ghiaccio e nuvole, arsura e neve, cicloni
e sole rovente. Mentre il nostro, la terra promessa, è
di latte e miele, ed è tuo, giacché tu sei del
seme di Davide, il padre del mio Signore."
Bayna-Lehkem rispose: "Il nostro non è un
paese torrido, nei fiumi corre acqua buona, acqua fresca scende
giù dai monti, non c'è nemmeno bisogno di scavare
pozzi profondi. Il sole non brucia, cacciamo la gazzella anche
a mezzodì. Dio provvede durante l'inverno, in primavera
raccogliamo i frutti della terra, grano e orzo crescono in
abbondanza e il bestiame è bello e buono. Solo di una
cosa voi avete assai più che noi: la saggezza. Per
questo siamo venuti fin qui."
Re Salomone abbracciò il figlio, lo baciò
sulla bocca, negli occhi e sulla fronte. "Guardate, mio
padre Davide tornato giovane e risorto dalla tomba!"
"E' veramente un Israelita del seme di Davide,"
esclamarono i nobili di corte, "tale quale suo padre.
Noi saremo suoi servi e lui nostro re."
Bayna-Lehkem mostrò l'anello al padre, che ridendo
disse: "Non c'è bisogno, ti riconosco come mio
figlio anche senza anello."
Ma nonostante le insistenze del padre, il giovane disse
che voleva tornare in Etiopia, chiedeva solo un brandello
del manto che ricopriva l'Arca del Patto, da venerare per
sempre.
"Perché vuoi lasciarmi? Cosa ti manca qui
fra noi per voler tornare alle terre dei senza Dio?"
"Con la tua benedizione, devo tornare da mia madre.
Tu hai un figlio legittimo migliore di me, Roboamo, mentre
mia madre non è tua consorte secondo la legge."
"Sappi allora che io stesso sono figlio illegittimo
di Davide, che prese la donna di un altro, un uomo che lui
aveva mandato a morire in battaglia."
Per quanto Salomone dicesse, Bayna-Lehkem restò
fermo nella sua decisione. "Devo tornare da mia madre,
gliel'ho giurato. Volevo solo vederti e ricevere la tua benedizione."
Agli anziani della corte riuniti in assemblea Salomone
disse: "Non sono riuscito a convincere quest'uomo. Propongo
perciò di incoronarlo Re d'Etiopia e lasciarlo partire.
Come voi anziani sedete alla mia destra e alla mia sinistra,
collaborando con me nel governo di Israele, facciamo sì
che lo stesso accada in Etiopia, partano con lui i vostri
figli primogeniti, che lo consiglino negli affari di stato.
Così io regnerò qui assieme a voi, e i nostri
figli regneranno laggiù con lui, avremo due regni anziché
uno."
Ma i figli primogeniti di Israele non erano affatto contenti
di dover lasciare Israele, e Sion, l'Arca del Patto. "Piangiamo
per Sion," dicevano, afflitti per l'imminente partenza.
Finché Azarayas, figlio del sacerdote Zadok, li fece
giurare che sarebbero sempre stati uniti nella buona e nella
cattiva sorte, e che avrebbero portato Sion ovunque fossero
andati.
Zaccaria, figlio di Benaiah, disse: "Azarayas, tu
puoi entrare nella Casa di Dio, essendo figlio di Zadok ti
sarà facile procurarti le chiavi. Conosci anche gli
ingressi segreti che Re Salomone ha fatto costruire e per
cui solo tuo padre può entrare. Così, quando
Sion sarà in Etiopia, noi avremo gioia e i nostri padri
sventura."
Fu proprio un Angelo del Signore a suggerire ad Azarayas
come trafugare l'Arca del Patto. "Va', fatti costruire
da un falegname provetto un'arca di legno buono, che metterai
al posto di quella vera. Io stesso ti aprirò le porte
del Santuario, così che tu possa portar via il Tabernacolo.
Ma non dire nulla a Bayna-Lehkem, almeno fintanto che non
sarete ben lontani da Israele."
Al momento della partenza Bayna-Lehkem ricevette dal padre
il brandello del manto che ricopriva Sion, come promesso,
e una catena d'oro. Poi, con i figli primogeniti di Israele,
caricò i carri, i cavalli e i muli, e si misero in
viaggio. L'Arcangelo Michele marciò davanti a loro
e la carovana attraversò il mare come fosse terraferma;
e sulla terraferma si distese sopra le loro teste in forma
di nuvola proteggendoli dai raggi infuocati del sole. I carri
non venivano tirati, ma l'Angelo li sollevava in alto, e anche
gli uomini a cavallo, così che la carovana volò
via come una nave con le vele gonfie di vento. Così
viaggiarono, con nessuno davanti e nessuno dietro.
Giunsero ai confini con l'Egitto percorrendo in un solo
giorno il cammino di trenta. Non avevano né fame né
sete pur non avendo toccato né acqua né cibo.
"Siamo giunti al Nilo, dove fluiscono le acque del Taccazé
giù dai monti dell'Etiopia." E alzarono le tende.
Poi svelarono a Bayna-Lehkem, del seme di Davide, il segreto
dell'Arca rubata.
Vi fu una gran festa, e quando Re Davide (così
lo chiamavano, ormai) vide Sion, gridò forte: "Ovunque
Tu vada vi è salvezza, salvezza sul mare e nel deserto,
salvezza sui monti e sui colli. Salvezza nei campi e nelle
città, salvezza per il Re come per l'ultimo dei mendicanti,
salvezza per le messi, per uomini e bestie, uccelli e creature
striscianti. D'ora innanzi Sion ci guiderà donandoci
comprensione e saggezza. Dacci forza, Sion, poiché
in te abita il Dio del cielo."
Così parlò Re Davide, il dono della profezia
essendo sceso in lui. Chi udì se ne meravigliò
e disse: "Questo figlio di profeta è divenuto
profeta."
Ripresero il cammino all'alba, e al suono dei loro corni,
flauti e tamburi gli idoli d'Egitto, in forma di uomini, cani,
gatti e serpenti, caddero a pezzi giù dai loro piedistalli.
Figure di uccelli d'oro e d'argento si sbriciolarono come
le statuine prese a calci da Abramo.
Giunti sul Mar Rosso, in Eritrea, il mare stesso, ruggendo
come un leone, con le onde simili a montagne dalla cresta
innevata, adorò Sion, e così pure balene, pesci
e uccelli marini. Viaggiarono ancora, fino all'Etiopia, e
Sion mandava innanzi una luce che pareva quella del sole,
penetrava anche l'oscurità della notte.
Quando Zadok scoprì che l'Arca era stata rubata,
dapprima svenne, poi, riavutosi, proruppe in un pianto disperato,
che annunciò a Salomone ciò che lui in cuor
suo già presentiva. Furente, comandò che un
drappello di uomini armati montasse a cavallo per lanciarsi
subito all'inseguimento di coloro che avevano preso Sion.
"Chi ha compiuto questo misfatto merita la morte, e l'avrà,"
giurò unendosi alla spedizione.
Giunti in Egitto, quella gente disse di aver visto viaggiatori
con carri, cammelli e muli correre più veloci delle
aquile in cielo. "Da quanti giorni sono passati?"
chiese il comandante del drappello. "Da nove," risposero.
"Pensa, mio re," riportò il comandante.
"Questi uomini hanno percorso in un giorno la distanza
di trenta. Ora chissà dove sono. Ci dicono che la carovana
correva via sospesa in aria. Un angelo li guida, è
certo."
"Ah," gridò e pianse Salomone, "Dio
ci ha abbandonato, la nostra gloria, Sion, l'ha concessa ad
altri. Ma io so perché. I nostri preti amano il mondo
più che Dio, il cibo più che il digiuno, il
sonno più che la veglia e la preghiera, la faccia delle
loro belle amichette più che il volto del Padre, che
li ama. Maledizione! Noi avevamo gloria e l'abbiamo gettata,
avevamo ricchezza e ci siamo ridotti a mendicare. Amando la
parola dei pazzi, abbiamo dimenticato la parola dei profeti,
che ci dicono di ornare la nostra anima di preghiere, e non
il corpo di sete preziose e voluttuosi profumi! Maledizione
a noi!"
A Gerusalemme Salomone pianse ancora con gli anziani della
città. "Nulla succede contro la volontà
divina," gli dissero. "Non lasciare che il tuo cuore
si rattristi. Se Dio ha voluto che Sion appartenga all'Etiopia,
niente e nessuno potranno impedirlo. Così come nessuno
e niente potranno impedire che Sion ritorni da noi, se Dio
lo vorrà. Non lasciare che il tuo cuore pianga, ma
ti guidi la saggezza che Dio ha dato a te e, per conseguenza,
a tutta Israele."
Dopo che l'Arca gli fu portata via, Salomone visse ancora
undici anni. Ma da folle, il suo cuore essendosi allontanato
dall'amore per il Padre.
Ebbe molte donne, e infine si innamorò di Makshara,
la figlia del Faraone d'Egitto, la accolse nel palazzo che
aveva fatto costruire per lei: nel soffitto vi erano immagini
del sole, della luna e delle stelle, le travi erano di ottone
e il tetto d'argento, le pareti di marmo rosso, nero, bianco
e verde, e il pavimento di zaffiro e opale. Qui passavano
il loro tempo.
Ora, la Regina s'era portata i suoi idoli dall'Egitto
e li adorava, e Salomone non la rimproverò, cosicché
Dio, adirato, gli tolse anche quel poco di saggezza che gli
era rimasta.
I giovani di Israle si unirono alla moglie del Re nel
sacrificare agli idoli, e la Regina, con mossette e parole
di miele, faceva sì che il Re tollerasse il culto sacrilego,
Salomone era tratto a fondo come, in alto mare, un uomo che
non sa nuotare.
"E' giusto adorare gli dei venerati da mio padre
e da tutti i re d'Egitto prima di lui."
"Ma come," rispose debolmente Salomone, "chiamano
dei cose fatte per mano di falegnami, ceramisti, pittori e
scultori?! Questi non sono dei ma opere dell'uomo. Noi adoriamo
il Dio di Israele, e Sion, la sacra Sion celeste, Arca del
Patto e Legge del Signore."
"La vostra preziosa Sion se l'è portata via
tuo figlio," ribatté Makshara, "il figlio
avuto da una donna straniera, un'etiope per nulla affine alla
tua gente, una straniera. contro il comando del tuo dio!"
"Bene!" replicò Salomone. "E non
sei anche tu di quella razza, non siete voi tutti della stirpe
di Cam?!. Per quanto riguarda Sion. sia fatta la volontà
del Signore. Sion è laggiù affinché la
adorino: e io non adorerò mai i tuoi idoli."
Makshara cominciò a trattarlo con freddezza e sdegno,
si faceva bella, si spargeva di profumi, ma si teneva distante,
lo sfiorava maliziosamente con il suo bel corpo ma senza concedersi.
"Cosa devo fare?" le chiese Salomone un giorno.
"Chiedi e ti darò ciò che vuoi. Purché
tu faccia l'amore con me una volta ancora."
La regina subito non rispose. Poi il Re ripeté
ciò che aveva detto. E lei infine disse: "Giura
in nome del Dio di Israele che farai quel che ti chiederò."
E Salomone giurò solennemente che le avrebbe dato qualunque
cosa chiedesse e avrebbe fatto tutto ciò che lei voleva.
Allora Makshara tese un filo rosso attraverso la porta
del tempio dove erano custoditi i suoi idoli. Poi si procurò
tre locuste e vi mise anche quelle. Disse, da dentro: "Vieni
da me, ma senza spezzare il filo rosso. Poi strappa la testa
alle tre locuste."
Quando Salomone ebbe fatto come lei aveva chiesto, "Ecco,"
gridò Makshara ridendo, "tu hai fatto ciò
che volevo io e ora io farò ciò che vuoi tu!
Chinandoti per non spezzare il filo rosso e uccidendo le locuste
hai adorato i miei idoli e sacrificato in loro onore! Ora
vieni!"
La saggezza di Salomone se l'erano portata via Makeda
e Bayna-Lehkem, in Etiopia, assieme all'Arca del Patto.
"Noi vediamo che la terra d'Etiopia è meglio
della terra di Giuda," disse Azarayas, figlio di Zadok,
alla Regina Makeda. "Le vostre acque sono buone e non
si pagano, il miele è abbondante come la polvere nella
piazza del mercato. Ma ora dovrete, tu e la tua gente, ubbidire
a Dio, il Dio di Israele, e compiacerlo, poiché ha
abbandonato la nostra nazione e ha scelto voi. Ed ecco il
nuovo Patto.
Che nessuno prevalga con la violenza. Rispettate la proprietà
del prossimo, non litigate, vivete in pace. E se per caso
un animale del vicino entra nel vostro orto, restituitelo
subito. E se un uomo porta un grave peso, non fate un altro
passo senza prima avergli dato una mano, perché lui
è un vostro fratello. Rispettate i diritti di chi è
più debole e non testimoniate il falso per denaro.
Trattate con gentilezza tutte le creature, domestiche e selvatiche.
E in tempo di mietitura, non tenetevi tutto ma lasciatene
un po' per lo straniero e il povero che sono in città.
Perché la Legge di Dio maledice chi commette il male
e premia chi fa il bene. Ma soprattutto non adorerete altro
Dio. E benedetti coloro che ascoltano la Sua voce, e stanno
lontani da chi commette il male, e benedetti coloro che donano
generosamente e insegnano a fare altrettanto.
Questo noi diciamo perché voi possiate essere benedetti
nel paese che Dio ha scelto come sede dell'Arca, per la quale
voi siete benedetti e scelti. Lui benedirà i frutti
della vostra terra, Lui moltiplicherà il vostro bestiame,
Lui vi proteggerà in ogni occasione.
E per quanto riguarda voi, mia Signora, Makeda, la vostra
saggezza è grande, supera di molto quella degli uomini.
Nessuno può essere paragonato a voi, eccetto uno, il
mio Signore, Salomone. Giacché voi avete preso l'Arca
del Patto, distrutto la casa degli idoli, purificato ciò
che v'era di impuro nella vostra gente, allontanato da loro
quel che a Dio non piace."
Si concluse così il discorso di Azarayas alla Regina
Makeda.
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