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Arriva il KEBRA NAGAST tradotto in Italiano
Dal 20 luglio in libreria - Coniglio Editore, pp. 320
Il Kebra Nagast è una delle fonti a cui intingere per conoscere la verità. Un libro che racchiude conoscenze escluse dalla Bibbia che parlano sia dall'antico che dal nuovo testamento. Aiuta a comprendere le origine dell'umanità, il legame uomo-Dio, la Sua legge, così come venne trascritta e la discendenza del popolo eletto.
Avere la prova che Davide, Salomone, Gesù Cristo e RastafarI appartengono alla stessa discendenza, è la chiave di lettura dell'antico libro, che fa di questo testo una della conoscenze, poi riscoperte dai Rasta seguaci della venuta dello Spirito Santo. Haile Selassie tradotto in Ge'ez infatti significa proprio " Potenza della Trinità", uno dei titoli che RastafarI, Re dei Re, Signore dei Signori, Leone conquistatore della Tribù di Judah, ebbe durante la sua incoronazione. Questa stessa discendenza la Tribù di Judah è fondamentale per il credo Rasta, fu profetizzato da Marcus Garvey - "Guardate all' Africa , dove un Re dovrà essere incoronato , perché il giorno della liberazione è vicino "di il passo fu breve, bastò attendere qualche anno è la profezia divenne reale.
Questo libro tradotto ed interpretato da Lorenzo Mazzoni, edito da Consiglio Editore " La Bibbia Segreta del RastafarI "- è la prima versione finalmente in italiano ma resta comunque uno dei tanti tentativi sin ora sono fatti per tradurre questo testo, che proprio per la sua importanza, necessita la traduzione diretta della lingua madre ed è necessario conoscere il Ge'ez e altre lingue antiche, la Bibbia e di una cultura Rastafarians non indifferente. E' affidabile nella traduzione dall'Inglese di Sr E.A. Wallas Budge. Non è comunque ancora la versione accreditabile, ma intanto l'impegno dell'autore aiuta comunque a conoscere il Kebra Nagast " La Gloria dei Re" . Rivelarlo in Italia, potrebbe aiutare molte persone ad apprendere da una fonte di conoscenza non indifferente, la verità che la chiesa non ha mai rivelato.

Inoltre segnaliamo 100 capitoli tradotti (su 118) nel progetto on line di traduzione del Kebra Nagast su Dreadsoft : http://www.dreadsoft.org/kn/

Kebra Nagast
Il passaggio della Gloria dei Re da Israele a Etiopia

Benché fossero passati tanti anni, e Bayna-Lehkem fosse già anziano a sua volta, la regina Makeda non aveva certo dimenticato d'essere stata, da giovane, una povera ragazza come tante della sua tribù, forse appena appena più bella. Tuttavia aveva sempre saputo, fin da bambina, chissà come, di possedere una forza misteriosa che l'avrebbe portata a cambiare il destino della sua gente.

Venne un segno del demonio: un giorno, mentre Makeda camminava tra i campi vide un drago venirle incontro di corsa, tanto che fece appena in tempo a nascondersi tra i rami di un albero. Ma un sant'uomo che passava di lì per caso uccise il drago, e il drago, prima di morire, schizzò una goccia del suo sangue velenoso sul piede della ragazza, e questo piede divenne un brutto piede caprino. Peccato, una così bella ragazza.

Lo scherzo del diavolo, come spesso accade, si mutò in benedizione del cielo: la gente del villaggio, avendo saputo che il drago era stato ucciso e vedendo il piede caprino di Makeda, pensarono che fosse stata lei a liberarli dal terribile mostro, e la fecero loro regina, la regina di Saba, la regina con un piede caprino.

Il brutto zoccolo miracolosamente scomparve solo quando Makeda mise piede nel palazzo di Re Salomone, che non poteva permettere una simile vergogna. Lui stesso operò il prodigio, Re Salomone. E' scritto nel Kebra Nagast. E si spiega facilmente: mentre Salomone stava costruendo il suo bel palazzo, nessuno degli operai riusciva a spezzare i grandi blocchi di pietra dura di cui c'era bisogno. Così li mandò sui monti a catturare un aquilotto; aveva detto Salomone: andate sui monti e catturate un aquilotto. Gli operai ubbidirono, benché non capissero la ragione di un simile comando.

L'aquilotto fu messo sotto un pentolone. Però le ali del giovane rapace, troppo grosse, spuntavano da sotto la copertura e mamma aquila vedendo il suo nato prigioniero, volò verso il Paradiso Terrestre da dove rubò un pezzo di legno che fece cadere sul pentolone. Il bronzo andò in frantumi, e mamma aquila, riavuto il figlio, tornò al suo nido lasciando il pezzo di legno là dove era finito.

Quel pezzo di legno Salomone lo diede al capomastro perché costruisse il palazzo che doveva custodire l'Arca del Patto. Un legno sacro, dono del Padre, così potente che al suo tocco anche la pietra più dura si spaccava in due, come se l'avesse toccata Dio stesso. E questo legno era lo stesso che aveva guarito il piede di Makeda spezzandone lo zoccolo che lo racchiudeva, quando la regina era entrata nel palazzo del Re.

Ma c'era stato già un altro segno, noto a pochi. Mentre Makeda, bambina, lavava i panni con altre ragazze della tribù in una pozza residua sul greto bianchissimo del torrente Menna in secca, si vede che sui monti dello Uogherà s'era scatenato un gran temporale, perché a un tratto scese giù una piena improvvisa che si portò via panni chiari e fanciulle, come petali di rosa, in Etiopia succede spesso. Solo Makeda restò prodigiosamente impigliata nei rami bassi di un'acacia, e vide l'acqua gorgogliante scorrere sotto di lei in uno spaventoso tumulto color ocra -fango, sterpi, foglia marcia, corpicini di animali spersi- e portarsi via tutte le sue compagne, chissà dove, il Taccazé, forse l'Atbara, forse il Nilo d'Egitto. Il ramo d'acacia come la mano stessa di Dio.

Questo non sta scritto nel Kebra Nagast, ce l'ha raccontato un prete copto nostro amico.

Salomone, del seme di Abramo e di Davide, era l'uomo più saggio del mondo, lo dicevano tutti, e il popolo non sbaglia, si sa. La parola di Salomone era chiara come acqua, la sua vita parlava per lui, i suoi ordini erano dolci e i suoi rimproveri gentili. La sua saggezza era fondata sulla saggezza del Padre, Salomone sorrideva con grazia agli stolti, e ai saggi raccontava storie dolci come il miele.

Ora, accadde che Makeda, la regina del Sud, sentisse parlare di lui da un mercante di nome Tamrin, che era stato alla corte del Re riportando notizie della sua prodigiosa saggezza, e che nel paese di Salomone nessuno imbrogliava, nessuno rubava niente, non vi erano né frodi né rapine, la gente viveva in pace e nel rispetto della Legge.

Così Makeda decise di partire, il Padre stesso le mise in cuore tale desiderio, e parlando al suo popolo la regina disse anche: "La saggezza è il più grande dei tesori, non c'è profitto senza saggezza, e chi possiede questo tesoro, nessuno può rubarglielo. La saggezza è gioia per il cuore, luce delle pupille, ala al piede e scudo al petto. Più dolce del miele, più forte del vino, più chiara del sole."

Partì con settecentonovantasette cammelli carichi di ogni cosa, senza contare asini e muli, il Padre stesso diede sicurezza al suo cuore.

Arrivò a Gerusalemme recando molti bei doni per il re Salomone, che le diede un posto dove stare, vicino al suo palazzo, e ogni giorno le mandava gazzelle, pollame grasso e otri di vino vecchio. E cantori, uomini e donne, miele buono e pasticcini. La vestiva con vesti di quelle che sbalordiscono chi guarda. Tutto questo proprio mentre stava lavorando alla costruzione del Tempio: nessuno che si opponesse ai suoi ordini, perché, come diceva il popolo, il cuore di Salomone era come una luce nel buio, e le sue sagge parole tante quanti i grani di sabbia nel deserto; e che Salomone non chiedeva a Dio né vittorie sui nemici né ricchezza, ma solo saggezza per governare il suo popolo e costruire la Casa del Padre.

Quando Makeda gli chiese di conoscere il segreto della sua saggezza, Salomone disse: "Le parole che pronuncio non vengono da me ma dal Padre. Ciò che Lui comanda, io faccio, ovunque vuole che vada io vado, qualunque cosa Egli mi insegna, io dico. Tutto quel che possiedo mi è dato dal Dio di Israele, e affinché lo usi per il bene della mia gente." Poi, vedendo un operaio che passava di lì con un pietrone sulla testa e legna in mano, vestito poveramente, i sandali appesi ai fianchi, grondante sudore, il Re gli ordinò di fermarsi, e il povero lavoratore si fermò. Quindi, rivolto a Makeda, il Re disse: "Guarda quest'uomo, o mia regina. Sono forse superiore a lui? In cosa sarei migliore? Siamo entrambi fatti di cenere e polvere, entrambi saremo pasto per vermi. La sua morte e la sua vita sono la mia morte e la mia vita, un comune destino ci unisce, anche se in questo momento io sembro uno che non dovrà mai morire. Intanto, come lavoratore, quest'uomo, vedi, è più forte di me, segno che il Padre concede forza e potere a chi vuole Lui." "Ora però torna al tuo lavoro," concluse il Re congedando l'operaio.

"A che serviremmo, noi uomini," continuò Salomone, "se non usassimo amore e grazia? Vestiamo vesti sfarzose, mangiamo cibi fini, ci bagniamo in essenze profumate: ma non siamo forse come l'erba del campo, che appassisce ed è presto bruciata dal sole e dal fuoco? Maledetti gli arroganti senza onore! Dio ama gli umili e i miti, chi pratica mitezza e umiltà percorre il sentiero segnato dal Padre e gioirà nel Suo Regno; benedetto chi conosce la saggezza, che è come dire compassione, che è come dire amore del Padre."

La regina Makeda allora disse: "Oh, come mi piacciono le tue parole! Ma dimmi, quale Dio devo adorare? Noi adoriamo il sole come ci hanno insegnato i nostri padri, adoriamo il sole che cresce il nostro cibo e caccia via le tenebre, lo chiamiamo Nostro Re, il Creatore, nessuno ci ha mai detto che ce n'è un altro. Ma ora sento che Israele ha un suo Dio e che questo Dio vi ha dato le Tavole per mano di un uomo chiamato Mosè e che Lui stesso vi ha parlato consegnandovi i Suoi Comandamenti."

"E' giusto che l'uomo adori il Padre," rispose il Re, "poiché Lui ha creato Cielo e Terra, ha creato mare, terraferma, sole, luna e stelle; alberi e pietre, bestie e uccelli, coccodrilli e pesci. Lui ha fatto balena e ippopotamo, lucertola d'acqua e gazzella. E' dunque giusto che lo adoriamo con gioia, poiché Lui è Signore dell'universo, e ha creato uomini e angeli. Lui punisce, Lui perdona; Lui esalta, Lui condanna; Lui innalza, Lui affonda. E chi mai, tra noi, potrebbe chiederGli conto di ciò che fa?"

"D'ora in poi," promise Makeda, "non adorerò più il sole ma il creatore del sole, il Dio di Israele."

Queste furono le parole che Salomone disse a Makeda, e queste le parole che Makeda disse a Salomone, che le narrò anche la storia di Abramo, di Abramo, che il padre Terah mandò in giro per il mondo a vendere idoli. "Ma questi qui che bene mi possono fare?" chiese Abramo, che tuttavia, essendo un ragazzo ubbidiente, portò gli idoli al mercato, come gli aveva ordinato il padre. Però non fece nessuno sforzo per venderli: "Vorrete mica comprare falsi idoli fatti di bronzo, legno e pietra?"; così che la gente passava oltre senza comprare. Sulla via del ritorno Abramo mise gli idoli in fila lungo la strada e chiese: "Potete forse darmi pane da mangiare o acqua da bere, voi?" E siccome gli idoli se ne stavano zitti e muti, Abramo si mise a prenderli a calcioni in faccia e dappertutto fintantoché non furono ridotti a pezzi; poi disse: "Se non siete neppure in grado di proteggere voi stessi, come potreste proteggere me?!" Quindi il giovane Abramo alzò gli occhi al cielo e gridò: "Creatore dell'universo, creatore di cielo, terra, sole e luna, di ciò che si vede e di ciò che non si vede; da questo giorno in avanti affido me stesso alle tue cure." E il Padre benedisse Abramo, tra Lui e il seme di Abramo ora c'era un Patto. "Fra sette generazioni dopo la tua, al tuo seme verrà data l'Arca del Patto, e il tuo seme sarà la salvezza di Israele."

Ma dopo essere rimasta a Gerusalemme sei mesi Makeda desiderò tornare al suo paese. "Vorrei tanto restare, ma devo tornare dalla mia gente. Ciò che mi hai detto darà frutto nel mio cuore, e nel cuore di coloro che ne avranno notizia da me."

"Non vorrai certo andartene senza essere stata mia ospite e aver cenato nel mio palazzo," le mandò a dire Salomone. "Da folle sono divenuta saggia ascoltandoti. Dunque verrò da te, come desideri," rispose la Regina, e il Re fece preparare il suo Palazzo. Makeda restò abbagliata da tanto splendore, vi erano tappeti preziosi, marmo lucente e gioielli, vi bruciavano polveri aromatiche; mirra, cassia e incenso spiravano per ogni dove. E Salomone le mandò in camera carni speziate, e bevande miste ad aceto e ogni sorta di cibi pepati, di quelli che mettono sete.

Quando furono finalmente soli il Re le disse: "Mettiti pure comoda, puoi stare fino a domani mattina, se vuoi." "Sì, ma devi promettermi che non cercherai di prendermi con la forza." "Certamente," rispose Salomone, "tu però, in cambio, devi giurare che non prenderai nessuna delle mie cose." "Che bisogno ho, delle tue cose," rise la Regina. "Sono ricca anch'io, lo sai bene. Comunque giuro quel che vuoi." Giurarono entrambi, Salomone che non avrebbe cercato di prenderla con la forza, e Makeda che non avrebbe toccato nulla di ciò che apparteneva al Re.

Fu preparata la camera, poi Salomone ordinò a un giovane servo di mettere una brocca d'acqua fresca proprio in mezzo ai due letti. "E ora chiudi le porte e lasciaci in pace."

Il Re faceva solo finta, di dormire: in realtà spiava la Regina, che dormì un poco, ma poi si svegliò per la gran sete, e zitta zitta, sempre guardando attentamente il Re, che pareva addormentato, si avvicinò alla brocca e la sollevò, per bere.

"Come, hai già tradito la tua promessa di non toccare niente che mi appartenga?" fece il Re afferrandole la mano.

"Il mio giuramento è rotto solo per un sorso d'acqua?!" esclamò la Regina.

"Vi è forse, sotto il cielo, qualcosa di più prezioso dell'acqua?"

"No, niente è più prezioso dell'acqua. Io ho sbagliato, la mia promessa è rotta, e tu sei ora libero dalla tua."

"Libero dal giuramento a cui mi hai obbligato?"

"Certo. Ma ti prego, prima fammi bere."

Così Salomone la lasciò bere fino a sazietà, poi fecero l'amore, poi dormirono assieme.

Verso l'alba il Re ebbe una visione, vide un Sole abbagliante scendere dal cielo e mandare una gran luce su Israele, dove rimase solo un po', per poi, improvvisamente, ritrarsi e fuggire verso l'Etiopia, dove risplendé in eterno. E mentre Salomone attendeva che l'astro ritornasse, un altro Sole, assai più luminoso e forte, scese sulla terra di Giuda, ma così forte che Israele non volle più camminare alla luce del giorno; e quel Sole non si curò di Israele, e gli Israeliti lo odiarono, non vi era pace tra quel Sole e Israele, gli Israeliti alzarono pugni e coltelli contro di Lui, vollero che morisse e misero guardie a guardia della tomba dove l'avevano sepolto. Così, chiamarono le tenebre sul mondo, vi furono terremoti e buio fitto, tanto che Lui abbandonò chi lo aveva abbandonato e corse a illuminare il resto del mondo, i luoghi che più godettero della Sua luce essendo il Primo Mare, l'Ultimo Mare, l'Etiopia e Roma.

Salomone si destò turbato per questa visione, la sua mente vacillò per un momento.

La Regina prese commiato dal Re, che le diede cammelli e carri colmi di cose belle, e un vascello con cui attraversare il mare, e un vascello con cui lasciarsi portare dal vento. Questo fece Salomone, per la saggezza che Dio gli aveva dato.

Prima della partenza il Re diede a Makeda l'anello che teneva al mignolo: "Questo, in mio ricordo. E nel caso che tu fossi pregna di me, l'anello sia il segno che mi faccia riconoscere mio figlio o mia figlia. E se sarà maschio, la pace del Padre sia con te. Ora, nel sonno ho avuto molte visioni, il sole scendeva su Israele per poi fuggire verso l'Etiopia, così che il tuo paese è benedetto attraverso te, Dio vuole così, purché tu Lo adori con tutto il tuo cuore e faccia la Sua volontà."

Nove mesi e cinque giorni dopo, Makeda giunse nel paese di Baa Zadisareya, dove mise al mondo un figlio, poi tornò tra la sua gente, che la accolse con gran festa.

All'età di dodici anni Bayna-Lehkem chiese ai suoi compagni chi fosse suo padre. "Re Salomone" risposero. Lui corse subito dalla madre e le disse: "Voglio conoscere mio padre." "Io sono per te padre e madre," rispose la Regina. "Che altro cerchi?"

Ma il ragazzo continuava a chiedere del padre, la madre aveva un bel dire che il paese del padre era troppo lontano, la strada lunga e difficile, assai meglio restare dov'era. Finché Bayna-Lehkem, a ventidue anni, annunciò a Makeda che aveva deciso di andare dal padre. Però sarebbe tornato, giurò su Dio. La regina gli diede l'anello perché Salomone potesse riconoscere il figlio e lo mandò in pace

Giunto a Gaza, la regione che il Re aveva donato a Makeda, la gente lo accolse con onore, per la sua somiglianza con il Re. Qualcuno disse: "Questo è Re Salomone." Ma altri osservarono: "Come è possibile, il Re sta a Gerusalemme, a costruire la sua casa." La disputa continuò finché non decisero di mandare qualcuno a Gerusalemme, in cerca del Re, a cui annunciarono: "E' arrivato un mercante che ti assomiglia. I suoi occhi brillano come di un uomo che ha bevuto vino. Ha gambe forti, e il collo di Davide, tuo padre."

Salomone, che, oltre a Roboamo di sette anni, non aveva altri figli legittimi, desiderò in cuor suo che Bayna-Lehkem divenisse Re di Israele, benché illegittimo. Così che Israele potesse, attraverso Bayna-Lehkem, futuro Re di Etiopia, dominare anche là. Ambizioso, non solo saggio, Re Salomone.

Benaiah, comandante dell'armata di Re Salomone, cercò di convincere Bayna-Lehkem. "Dicono che il tuo paese è una terra di ghiaccio e nuvole, arsura e neve, cicloni e sole rovente. Mentre il nostro, la terra promessa, è di latte e miele, ed è tuo, giacché tu sei del seme di Davide, il padre del mio Signore."

Bayna-Lehkem rispose: "Il nostro non è un paese torrido, nei fiumi corre acqua buona, acqua fresca scende giù dai monti, non c'è nemmeno bisogno di scavare pozzi profondi. Il sole non brucia, cacciamo la gazzella anche a mezzodì. Dio provvede durante l'inverno, in primavera raccogliamo i frutti della terra, grano e orzo crescono in abbondanza e il bestiame è bello e buono. Solo di una cosa voi avete assai più che noi: la saggezza. Per questo siamo venuti fin qui."

Re Salomone abbracciò il figlio, lo baciò sulla bocca, negli occhi e sulla fronte. "Guardate, mio padre Davide tornato giovane e risorto dalla tomba!"

"E' veramente un Israelita del seme di Davide," esclamarono i nobili di corte, "tale quale suo padre. Noi saremo suoi servi e lui nostro re."

Bayna-Lehkem mostrò l'anello al padre, che ridendo disse: "Non c'è bisogno, ti riconosco come mio figlio anche senza anello."

Ma nonostante le insistenze del padre, il giovane disse che voleva tornare in Etiopia, chiedeva solo un brandello del manto che ricopriva l'Arca del Patto, da venerare per sempre.

"Perché vuoi lasciarmi? Cosa ti manca qui fra noi per voler tornare alle terre dei senza Dio?"

"Con la tua benedizione, devo tornare da mia madre. Tu hai un figlio legittimo migliore di me, Roboamo, mentre mia madre non è tua consorte secondo la legge."

"Sappi allora che io stesso sono figlio illegittimo di Davide, che prese la donna di un altro, un uomo che lui aveva mandato a morire in battaglia."

Per quanto Salomone dicesse, Bayna-Lehkem restò fermo nella sua decisione. "Devo tornare da mia madre, gliel'ho giurato. Volevo solo vederti e ricevere la tua benedizione."

Agli anziani della corte riuniti in assemblea Salomone disse: "Non sono riuscito a convincere quest'uomo. Propongo perciò di incoronarlo Re d'Etiopia e lasciarlo partire. Come voi anziani sedete alla mia destra e alla mia sinistra, collaborando con me nel governo di Israele, facciamo sì che lo stesso accada in Etiopia, partano con lui i vostri figli primogeniti, che lo consiglino negli affari di stato. Così io regnerò qui assieme a voi, e i nostri figli regneranno laggiù con lui, avremo due regni anziché uno."

Ma i figli primogeniti di Israele non erano affatto contenti di dover lasciare Israele, e Sion, l'Arca del Patto. "Piangiamo per Sion," dicevano, afflitti per l'imminente partenza. Finché Azarayas, figlio del sacerdote Zadok, li fece giurare che sarebbero sempre stati uniti nella buona e nella cattiva sorte, e che avrebbero portato Sion ovunque fossero andati.

Zaccaria, figlio di Benaiah, disse: "Azarayas, tu puoi entrare nella Casa di Dio, essendo figlio di Zadok ti sarà facile procurarti le chiavi. Conosci anche gli ingressi segreti che Re Salomone ha fatto costruire e per cui solo tuo padre può entrare. Così, quando Sion sarà in Etiopia, noi avremo gioia e i nostri padri sventura."

Fu proprio un Angelo del Signore a suggerire ad Azarayas come trafugare l'Arca del Patto. "Va', fatti costruire da un falegname provetto un'arca di legno buono, che metterai al posto di quella vera. Io stesso ti aprirò le porte del Santuario, così che tu possa portar via il Tabernacolo. Ma non dire nulla a Bayna-Lehkem, almeno fintanto che non sarete ben lontani da Israele."

Al momento della partenza Bayna-Lehkem ricevette dal padre il brandello del manto che ricopriva Sion, come promesso, e una catena d'oro. Poi, con i figli primogeniti di Israele, caricò i carri, i cavalli e i muli, e si misero in viaggio. L'Arcangelo Michele marciò davanti a loro e la carovana attraversò il mare come fosse terraferma; e sulla terraferma si distese sopra le loro teste in forma di nuvola proteggendoli dai raggi infuocati del sole. I carri non venivano tirati, ma l'Angelo li sollevava in alto, e anche gli uomini a cavallo, così che la carovana volò via come una nave con le vele gonfie di vento. Così viaggiarono, con nessuno davanti e nessuno dietro.

Giunsero ai confini con l'Egitto percorrendo in un solo giorno il cammino di trenta. Non avevano né fame né sete pur non avendo toccato né acqua né cibo. "Siamo giunti al Nilo, dove fluiscono le acque del Taccazé giù dai monti dell'Etiopia." E alzarono le tende. Poi svelarono a Bayna-Lehkem, del seme di Davide, il segreto dell'Arca rubata.

Vi fu una gran festa, e quando Re Davide (così lo chiamavano, ormai) vide Sion, gridò forte: "Ovunque Tu vada vi è salvezza, salvezza sul mare e nel deserto, salvezza sui monti e sui colli. Salvezza nei campi e nelle città, salvezza per il Re come per l'ultimo dei mendicanti, salvezza per le messi, per uomini e bestie, uccelli e creature striscianti. D'ora innanzi Sion ci guiderà donandoci comprensione e saggezza. Dacci forza, Sion, poiché in te abita il Dio del cielo."

Così parlò Re Davide, il dono della profezia essendo sceso in lui. Chi udì se ne meravigliò e disse: "Questo figlio di profeta è divenuto profeta."

Ripresero il cammino all'alba, e al suono dei loro corni, flauti e tamburi gli idoli d'Egitto, in forma di uomini, cani, gatti e serpenti, caddero a pezzi giù dai loro piedistalli. Figure di uccelli d'oro e d'argento si sbriciolarono come le statuine prese a calci da Abramo.

Giunti sul Mar Rosso, in Eritrea, il mare stesso, ruggendo come un leone, con le onde simili a montagne dalla cresta innevata, adorò Sion, e così pure balene, pesci e uccelli marini. Viaggiarono ancora, fino all'Etiopia, e Sion mandava innanzi una luce che pareva quella del sole, penetrava anche l'oscurità della notte.

Quando Zadok scoprì che l'Arca era stata rubata, dapprima svenne, poi, riavutosi, proruppe in un pianto disperato, che annunciò a Salomone ciò che lui in cuor suo già presentiva. Furente, comandò che un drappello di uomini armati montasse a cavallo per lanciarsi subito all'inseguimento di coloro che avevano preso Sion. "Chi ha compiuto questo misfatto merita la morte, e l'avrà," giurò unendosi alla spedizione.

Giunti in Egitto, quella gente disse di aver visto viaggiatori con carri, cammelli e muli correre più veloci delle aquile in cielo. "Da quanti giorni sono passati?" chiese il comandante del drappello. "Da nove," risposero.

"Pensa, mio re," riportò il comandante. "Questi uomini hanno percorso in un giorno la distanza di trenta. Ora chissà dove sono. Ci dicono che la carovana correva via sospesa in aria. Un angelo li guida, è certo."

"Ah," gridò e pianse Salomone, "Dio ci ha abbandonato, la nostra gloria, Sion, l'ha concessa ad altri. Ma io so perché. I nostri preti amano il mondo più che Dio, il cibo più che il digiuno, il sonno più che la veglia e la preghiera, la faccia delle loro belle amichette più che il volto del Padre, che li ama. Maledizione! Noi avevamo gloria e l'abbiamo gettata, avevamo ricchezza e ci siamo ridotti a mendicare. Amando la parola dei pazzi, abbiamo dimenticato la parola dei profeti, che ci dicono di ornare la nostra anima di preghiere, e non il corpo di sete preziose e voluttuosi profumi! Maledizione a noi!"

A Gerusalemme Salomone pianse ancora con gli anziani della città. "Nulla succede contro la volontà divina," gli dissero. "Non lasciare che il tuo cuore si rattristi. Se Dio ha voluto che Sion appartenga all'Etiopia, niente e nessuno potranno impedirlo. Così come nessuno e niente potranno impedire che Sion ritorni da noi, se Dio lo vorrà. Non lasciare che il tuo cuore pianga, ma ti guidi la saggezza che Dio ha dato a te e, per conseguenza, a tutta Israele."

Dopo che l'Arca gli fu portata via, Salomone visse ancora undici anni. Ma da folle, il suo cuore essendosi allontanato dall'amore per il Padre.

Ebbe molte donne, e infine si innamorò di Makshara, la figlia del Faraone d'Egitto, la accolse nel palazzo che aveva fatto costruire per lei: nel soffitto vi erano immagini del sole, della luna e delle stelle, le travi erano di ottone e il tetto d'argento, le pareti di marmo rosso, nero, bianco e verde, e il pavimento di zaffiro e opale. Qui passavano il loro tempo.

Ora, la Regina s'era portata i suoi idoli dall'Egitto e li adorava, e Salomone non la rimproverò, cosicché Dio, adirato, gli tolse anche quel poco di saggezza che gli era rimasta.

I giovani di Israle si unirono alla moglie del Re nel sacrificare agli idoli, e la Regina, con mossette e parole di miele, faceva sì che il Re tollerasse il culto sacrilego, Salomone era tratto a fondo come, in alto mare, un uomo che non sa nuotare.

"E' giusto adorare gli dei venerati da mio padre e da tutti i re d'Egitto prima di lui."

"Ma come," rispose debolmente Salomone, "chiamano dei cose fatte per mano di falegnami, ceramisti, pittori e scultori?! Questi non sono dei ma opere dell'uomo. Noi adoriamo il Dio di Israele, e Sion, la sacra Sion celeste, Arca del Patto e Legge del Signore."

"La vostra preziosa Sion se l'è portata via tuo figlio," ribatté Makshara, "il figlio avuto da una donna straniera, un'etiope per nulla affine alla tua gente, una straniera. contro il comando del tuo dio!"

"Bene!" replicò Salomone. "E non sei anche tu di quella razza, non siete voi tutti della stirpe di Cam?!. Per quanto riguarda Sion. sia fatta la volontà del Signore. Sion è laggiù affinché la adorino: e io non adorerò mai i tuoi idoli."

Makshara cominciò a trattarlo con freddezza e sdegno, si faceva bella, si spargeva di profumi, ma si teneva distante, lo sfiorava maliziosamente con il suo bel corpo ma senza concedersi.

"Cosa devo fare?" le chiese Salomone un giorno. "Chiedi e ti darò ciò che vuoi. Purché tu faccia l'amore con me una volta ancora."

La regina subito non rispose. Poi il Re ripeté ciò che aveva detto. E lei infine disse: "Giura in nome del Dio di Israele che farai quel che ti chiederò." E Salomone giurò solennemente che le avrebbe dato qualunque cosa chiedesse e avrebbe fatto tutto ciò che lei voleva.

Allora Makshara tese un filo rosso attraverso la porta del tempio dove erano custoditi i suoi idoli. Poi si procurò tre locuste e vi mise anche quelle. Disse, da dentro: "Vieni da me, ma senza spezzare il filo rosso. Poi strappa la testa alle tre locuste."

Quando Salomone ebbe fatto come lei aveva chiesto, "Ecco," gridò Makshara ridendo, "tu hai fatto ciò che volevo io e ora io farò ciò che vuoi tu! Chinandoti per non spezzare il filo rosso e uccidendo le locuste hai adorato i miei idoli e sacrificato in loro onore! Ora vieni!"

La saggezza di Salomone se l'erano portata via Makeda e Bayna-Lehkem, in Etiopia, assieme all'Arca del Patto.

"Noi vediamo che la terra d'Etiopia è meglio della terra di Giuda," disse Azarayas, figlio di Zadok, alla Regina Makeda. "Le vostre acque sono buone e non si pagano, il miele è abbondante come la polvere nella piazza del mercato. Ma ora dovrete, tu e la tua gente, ubbidire a Dio, il Dio di Israele, e compiacerlo, poiché ha abbandonato la nostra nazione e ha scelto voi. Ed ecco il nuovo Patto.

Che nessuno prevalga con la violenza. Rispettate la proprietà del prossimo, non litigate, vivete in pace. E se per caso un animale del vicino entra nel vostro orto, restituitelo subito. E se un uomo porta un grave peso, non fate un altro passo senza prima avergli dato una mano, perché lui è un vostro fratello. Rispettate i diritti di chi è più debole e non testimoniate il falso per denaro. Trattate con gentilezza tutte le creature, domestiche e selvatiche. E in tempo di mietitura, non tenetevi tutto ma lasciatene un po' per lo straniero e il povero che sono in città. Perché la Legge di Dio maledice chi commette il male e premia chi fa il bene. Ma soprattutto non adorerete altro Dio. E benedetti coloro che ascoltano la Sua voce, e stanno lontani da chi commette il male, e benedetti coloro che donano generosamente e insegnano a fare altrettanto.

Questo noi diciamo perché voi possiate essere benedetti nel paese che Dio ha scelto come sede dell'Arca, per la quale voi siete benedetti e scelti. Lui benedirà i frutti della vostra terra, Lui moltiplicherà il vostro bestiame, Lui vi proteggerà in ogni occasione.

E per quanto riguarda voi, mia Signora, Makeda, la vostra saggezza è grande, supera di molto quella degli uomini. Nessuno può essere paragonato a voi, eccetto uno, il mio Signore, Salomone. Giacché voi avete preso l'Arca del Patto, distrutto la casa degli idoli, purificato ciò che v'era di impuro nella vostra gente, allontanato da loro quel che a Dio non piace."

Si concluse così il discorso di Azarayas alla Regina Makeda.

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Segnalato da Patrizia "Trish" Roots Rockers promotion
 
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