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Intervista alle Radici nel Cemento

INTERVISTA RADICI NEL CEMENTO
Villaggio Globale (Roma), 19/02/2005

A cura di Nadia Aci


Buonasera "Radici nel cemento". In quale cemento affondano le vostre radici ?
(Adriano) - Il cemento in questo senso è una metafora di quello che è successo negli ultimi anni, gli ultimi decenni, dal dopo guerra in poi al livello culturale. Una trasformazione di tutti quanti valori culturali che hanno distrutto molto di quello che prima veniva usato per darsi una direzione nella vita. Per cui le radici, che sono l'altro elemento di questa metafora, rappresentano nient'altro che la memoria storica, sia il ricordo di quello che siamo diventati nel corso della storia in modo di affrontare quello che ci aspetta.

Come vi siete incontrati?
(Giorgio) - Ci siamo incontrati fondamentalmente per caso, perché il gruppo "Radici nel cemento" nasce dall'unione di due gruppi di amici che gravitavano sull'aria di Roma sud. Ci siamo incontrati per caso tramite i concerti reggae, le giornate passate insieme, e abbiamo cominciato a suonare dopo questo incontro. L'amicizia è arrivata prima della musica.

Cosa vi hanno portato questi incontri con degli artisti come Laurel Aitkin, Max Romeo, Roy Paci...?
(Adriano) - ...Altonellis, e molti altri. Mi sto dimenticando qualcuno? ... La cosa interessante è che sono artisti che vengono da diversi generi, per cui alcuni veterani della musica giamaicana hanno cominciato a suonare calypso quando erano giovani, noi le abbiamo incontrati quando suonavano ska come Laurel Aitkin oppure Dantonellis. Da un'altra parte invece con Femio Mukuruza, che è un artista che ha suonato molti generi, non tutti vicino al reggae, per esempio ha fatto hardcore, quindi è stato interessante. Di ogni uno di questi artisti si impara qualcosa.

Con chi vi piacerebbe ancora suonare?
(Adriano) - Con tantissimi. Non posso nominare nessuno, sono troppi artisti bravi con cui ci piacerebbe suonare.
(Giorgio) - Per quanto mi riguarda, non sono particolarmente interessato ai cantanti giamaicani attualmente. Se dovessi scegliere, preferirei collaborare con qualcun' altro della vecchia guardia. Però ad esempio mi piacerebbe molto avere a che fare con altri artisti italiani come i Subsonics. Mi piacciono anche molto ultimamente Nodout. Mi piacerebbe più forse collaborare con artisti che hanno poco a vedere col reggae, che fanno qualcosa di più sperimentale. Colla Giamaica ultimamente non siamo molto in sintonia.

Tranne il reggae, qual'altro genere musicale vi piace o vi piacerebbe inserire nella vostra musica?
(Adriano) - Il jazz, il funk, l'hardcore, il punk, la musica classica, le fanfare balkaniche... è tutto musica, tutta roba buona.
(Giorgio) - Secondo me, il futuro della musica sta nella contaminazione, quindi adesso non c'è niente che non possa essere contaminato. Abbiamo visto esempi di come persino l'heavy metal può essere fuso colla musica classica. A me per esempio piace l'esperimento estremo. Non mi piace molto la ripetitività, mi piace chi esperimenta, è una strada in cui credo. Però comunque, oggi si è già suonato un po' di tutto. Dagli anni sessanta in poì, la musica ha dato tanto, quasi tutto. Quindi secondo me il futuro sta nell'unire, nel mischiare anche l'improponibile, anche l'inaspettato.

Secondo voi, perché i gruppi che fanno musica impegnata non passano mai in radio, in televisione? Cosa deve succedere affinché questa situazione cambi?
(Giorgio) - Non so neanche se sia fondamentale che questa situazione cambi. Sopratutto in Italia, mi sembra abbastanza normale per quella che è l'impostazione radiotelevisiva che chi porta determinati messaggi venga censurato. Ma lo fanno con giornalisti, lo fanno con editori, con cose anche più "serie". E normale che la musica venga filtrata attraverso chi gestisce il circuito mass-media. La fortuna è che si riesce comunque oggi ad arrivare al grande pubblico, senza bisogno di dover necessariamente ricorrere alla radio. Si può suonare, fare centinaia di concerti e rendersi conosciuto un po' alla massa della gente. Se si riesce ad arrivare ad una grande massa di persone facendo semplicemente per dieci anni palchi, concerti dappertutto, centri sociali, va bene lo stesso. Probabilmente il canale commerciale abbrevia un po' le distanze, però se tu non costruisci il tuo circuito tramite il lavoro, tramite le serate, i dischi che tu fai e che porti in giro, credo che non c'è radio o televisione che tenga. Alla fine rimane una cosa effimera. In Italia abbiamo la fortuna di avere gruppi come gli Africa Unite o la Bandabardò che hanno costruito la loro fortuna sul lavoro. Non credo che sia una scelta artistica però finché abbiamo la possibilità di comunque suonare, va bene così.

Cosa pensate di un centro sociale come il Villaggio Globale che accoglie tutti questi nomi della scena reggae?
(Giorgio) - La strada che ha scelto il Villaggio credo che sia l'unica. Rimanere, come alcuni fanno, un po' troppo isolati nel loro quartiere, lo rispettiamo, ma non penso che sia una cosa che in questo periodo possa dare qualche frutto. Poì questo posto ha la fortuna di poter vivere di un'identità sua importante costruita negli anni, anche di un' ubicazione molto fortunata perché siamo a Testaccio, il cuore di Roma. Credo che l'impostazione sia la più giusta, quella di aprire a più gente possibile le strutture che poì vengono messe a disposizione. E bello vedere gente quà che viene a vedere De Gregori, poi vengono a vedere I Subsonica, poi vengono a vedere Radici nel cemento... Qui transita gente di tutti tipi, e per un centro sociale mi sembra un ottimo risultato.

Siete andati alla manifestazione oggi per la liberazione di Giuliana Sgrena?
(Giorgio) - Purtroppo no perché eravamo qui per fare il sound check, non era fisicamente possibile. Comunque sappiamo che è andata molto bene, che c'è stata una grande partecipazione. Saremmo tutti quanti andati, però purtroppo, per fortuna, c'era quest'impegno che ce l'ha impedito.

Il messaggio politico di Radici nel cemento cambia col tempo?
Non credo che la nostra impostazione politica sia cambiata. Credo che siamo cambiati un po' noi perché quest'anno è il decimo anno di attività. Abbiamo iniziato avevamo ventitre, ventiquattro anni, adesso ne abbiamo trentatre, trentaquattro. Magari non cambia tanto il contenuto delle nostre idee, cambia il modo attraverso il quale vogliamo esprimerle. Inevitabilmente uno quando è più giovane è più diretto, anche più incazzato, anche più istintivo nelle cose. Adesso quando pensiamo a quello che ci circonda lo vediamo in maniera un po' più a 360°. Forse non siamo più così arrabbiati come potevamo esserlo dieci anni fa nel messaggio, però le idee politiche non sono cambiate. Cerchiamo di dimostrarlo quando è possibile anche con quello che facciamo al di là della musica. Hai parlato del corteo prima, ogni uno di noi poì ha una sua vita politica individuale che gestisce anche al di fuori del gruppo. Però come gruppo l'identità credo che sia rimasta quella. Ci piace trovare il modo di dire le stesse cose in maniera diversa.

Attualmente, state preparando il prossimo disco?
Abbiamo iniziato da pochissimo a lavorare sul prossimo disco. Se tutto va bene, dovrebbe uscire verso la fine di quest'anno, inizio dell'anno nuovo. Questa sera faremo forse un pezzo nuovo. Allo stato attuale, pensiamo di riconfermare le collaborazioni che abbiamo avuto prima. Con Roy Paci, il rapporto è sempre stato buono quindi speriamo che suonare in questo disco come negli altri. Speriamo di poter per il missaggio lavorare collo studio degli Africa Unite, a Torino. E una cosa che riconfermeremo se loro sono disponibili. Per il resto, è tutto in divenire.


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